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sabato 5 novembre 2016

La Papessa di Monasterace

Una Madonna papale
Usciti da Monasterace dalla Porta di Terra e percorsi nemmeno 200 metri, si arriva ad una moderna cappella ottagonale con pareti di vetro, costruita per proteggere una delle opere più particolari (e secondo me più belle) del nostro paese.
Antica chiesetta della Madonna "del Rito"www.monasterace.info
Fino al dopoguerra esisteva ancora la chiesetta originale, che nei primi anni ’50 fu sventatamente distrutta, un po’ perché danneggiata, un po’ troppo per allargare la strada.
Se ne perse praticamente la memoria, finché negli anni ’90 due signore del paese ebbero (è quanto si afferma) la visione della Madonna, che apparsa loro molte volte, le invitò a scavare, e fu così che trovarono la cappella (una parte della cappella e circa un metro quadro di pavimento è quanto resta della chiesa originale), e, sempre su invito della Madonna, sotto l’intonaco trovarono l’affresco, raffigurante la Madonna con in braccio il Bambino e circondata da angioletti, seduta sulla Sacra Casa di Loreto.



Si racconta anche che dagli occhi della Madonna uscissero per molto tempo delle lacrime, le cui tracce sono poi state pulite dal successivo restauro.
Si tratta di un affresco della Madonna di Loreto (diventata nella nostra parlata de Luritu, poi de lu Ritu, e quindi ritradotta in italiano come Madonna del Rito, di questo passaggio linguistico abbiamo una testimonianza nell'inventario della chiesa di Santa Barbara a Taverna, dove è descritto il quadro di Mattia Preti "S. Maria dello Reto"), la cui maggiore particolarità consiste nel fatto che porta in testa quella che chiaramente è un triregno papale.
È una pittura tenera e ingenua, che io trovo fresca e dolce, benché non si possa certo dire un capolavoro di grande scuola: probabilmente è di un autore di area locale con discrete nozioni tecnico-pittoriche.
Riguardo all’epoca dell’affresco non ci sono certezze, ma io la collocherei non più tardi della metà del XVI secolo, in base ad un elemento di storia religiosa, più che di stile artistico (campo al cui riguardo confesso tutta la mia ignoranza).
Alla prima metà del XVI secolo risale infatti il Concilio di Trento, in seguito al quale fu stabilito il divieto di raffigurare la Vergine in vestimenti pontifici, episcopali o sacerdotali.
Si spiegherebbe così perché l’affresco risulta essere stato ricoperto da un intonaco bianco a gigli (borbonici?) azzurri.
Questo tipo di raffigurazione della Madonna aveva una certa diffusione, ed in particolare tre corone (forse rappresentanti la Trinità) erano tipiche dell’iconografia della Vergine di Loreto, ed ho trovato alcune immagine simili: 1) Madonna del Popolo a Pontremoli in Lunigiana; 2) Madonna di Loreto a Monselice (PD); 3) Madonna del Monte a Cesena.

1)
2)
3)In nessuna, però, si distingue così nettamente una vera e propria tiara papale, se non nella terza, ma si tratta di un ex voto, quindi con valore del tutto privato.

domenica 8 maggio 2016

Altre tracce ebraiche?

Leggendo il Catasto onciario di Monasterace (1742) trovo un altro possibile indizio di una presenza (non si sa quanto consistente e duratura) di presenze ebraiche a Monasterace.
Viene due volte citata una contrada chiamata "Jacoppe seu Giuseppe" (Giacobbe o Giuseppe), posta pressappoco (almeno mi pare) nella zona che ho citato in un precedente post, in cui parlavo di un brano della Platea della Certosa di Santo Stefano del Bosco del 1530 (e cioè al confine tra Monasterace e Guardavalle):

La Certosa possiede una coltivazione di tredici tomoli e mezzo, in parte pianeggiante [riguam = irrigua / lungo la riva?] in parte sulla costa, e questa coltivazione si trova fuori dai possedimenti di Arsafia [Santa Maria di Arsafia, importante abbazia tra Guardavalle e Monasterace], tuttavia è vicino a questi possedimenti nello stesso territorio di Stilo [il territorio di Guardavalle faceva parte del Regio demanio di Stilo, e in quegli anni anche Monasterace era disputata dallo stesso Regio demanio, per venirgli assegnata, ma non definitivamente, nel 1539] presso la fiumara Matrimone in un luogo detto Trovato, confinante verso ovest con la terra dell'abbazia di San Giovanni Thirestìs, verso est con le terre di detta abbazia [Arsafia?], verso nord con le terre che furono di un ebreo [nel 1511 gli ebrei erano stati cacciati da tutto il Meridione], attualmente possedute dagli eredi di Angelo Crista di Monasterace, dall'altro lato, verso nord, con le terre dell'abbazia di San Giovanni.

Mentre il nome Giuseppe può benissimo essere sia ebraico che cristiano, Jacoppe mi sembra possa caratterizzarsi come squisitamente ebraico.
Potrebbe essere una terra posseduta o coltivata da due fratelli ebrei, o da padre e figlio, o che avessero altra relazione di parentela o semplicemente di affari.
Riconosco che è sicuramente una traccia estremamente labile, ma potrebbe essere una tessera di un più ampio mosaico.

Ancora sugli ebrei a Monasterace

Mi rendo conto che questo post potrà sembrare frutto di fantastoria da parte di un monomaniaco fissato: sono disposto ad accettare ogni critica, ma invito comunque a prendere in considerazione (anche per demolirli) gli argomenti che propongo.

Da molti anni mi sto dedicando alla storia di Monasterace, e da qualche anno allo studio della Calabria ebraica, ma non avrei mai pensato a mettere in connessione questi due aspetti: ero convinto che nulla di ebraico vi fosse mai stato a Monasterace, o che, se pure qualche presenza ci fosse stata, il lungo tempo passato e l'assenza di documenti non avrebbero mai permesso di saperne qualcosa.
Questo fino a poche settimane fa, oggi le letture fatte (o approfondite) per questo blog mi portano invece a pensare che una presenza ebraica a Monasterace vi sia stata, e sia rimasta oltre la cacciata ufficiale degli ebrei dalla Calabria, e che qualche elemento documentario può essere di aiuto in questo.


Una sola è la prova di una certa solidità, dalla Platea della Certosa di Santo Stefano del Bosco del 1530, citata in un post precedente (sono riportati indizi tratti da altre pubblicazioni, oltre al passaggio, non si sa quanto casuale, dell'ebreo Kalonymos al seguito dell'imperatore Ottone II):
terras que fuerunt Iudei, quas ad presens tenent heredes condam Angeli Crista de Monesteraci (le terre che furono di un ebreo, attualmente possedute dagli eredi di Angelo Crista di Monasterace).

Vediamo altri elementi significativi.
Nel Regesto vaticano per la Calabria di Francesco Russo, al n. 47649, abbiamo visto citata la morte, nel novembre 1696, del parroco Giuseppe Arone, dal cognome chiaramente di origine ebraica, di probabile appartenenza a famiglia sacerdotale.
Era tradizione di molte famiglie di anusim (nascosti: ebrei che avevano segretamente conservato la fede dei padri) avviare uno dei figli alla carriera ecclesiastica, sia per distogliere i sospetti che per poter praticare più liberamente le loro preghiere e i loro riti: di solito questi preti, dopo aver celebrato pubblicamente per i loro fratelli i riti cattolici del matrimonio, della sepoltura ecc., li ripetevano segretamente secondo i rituali ebraici.
Non è detto che questo Arone fosse tra di loro, ma visto che usualmente ad uno zio sacerdote si affiancava un nipote prete (si veda la dinastia ecclesiastica dei Syrleto di Guardavalle), è probabile che fino a qualche generazione prima vigesse questa pratica nella famiglia Arone; nel 1696 troppo tempo era passato per essere sicuri che la fede ebraica venisse conservata, ma non è del tutto da escludere.

Al n. 55159, abbiamo visto che nel 1724 viene nominato parroco Io. Baptistae Vigliarulo, che (n. 55400) qualche mese dopo viene rimosso, probabilmente perché si scopre che non fosse realmente prete: non si sa se si fosse finto tale, o se non avesse ancora ricevuto il sacramento dell'ordine.
Villarulo (Villaroel) è cognome spagnolo ebraico (appartiene ad una famiglia di Stilo che ha dato numerosi personaggi celebri, maggiore tra tutti Domenico, cartografo ufficiale presso la corte spagnola): anche di questo (preteso) prete è possibile pensare che volesse curare i fedeli rimasti segretamente ebrei.

Altri elementi sono ancora più vaghi, e meriterebbero ulteriori approfondimenti.

Mario Galeota, feudatario di Monasterace, fu un eretico di una certa celebrità, prima di rientrare nel seno della Chiesa, e a Monasterace si rifugiò per scrivere alcune sue opere anticattoliche; qui strinse rapporti con Tommaso Campanella, che ospitò pochi giorni prima del fallimento della congiura antispagnola (e anticattolica).

Tommaso Campanella, di cui sono note le relazioni con ebrei e giudaizzanti, nell'attuazione della sua congiura, pose particolare attenzione a Monasterace (qui faccio solo dei cenni, che approfondirò in un futuro post sui rapporti tra Campanella e Monasterace): di Monasterace sembra che fosse il suo seguace e complice Dionisio, a Punta Stilo erano attese le galee turche che avrebbero dovuto avviare la lotta congro gli spagnoli, a Monasterace chiese ripetutamente di poter predicare, venendogliene negato il permesso, e qui fu ospite di Mario Galeota.
Non si può escludere che sia il Galeota che il Campanella si trovassero a proprio agio in un luogo in cui l'eventuale presenza di ebrei nascosti fornisse loro alleati e protezione contro le intrusioni della Santa Inquisizione.

Altri elementi non sono che dei sospetti, meritevoli di ulteriori indagini.
Rimando ancora ad un altro post sul Regesto vaticano, e mi piacerebbe molto riuscire a capire a cosa fossero dovute le censure ecclesiastiche inflitte a Monasterace, e di cosa fossero accusati i due preti monasteracioti incarcerati.

Un elemento di storia locale.
Qualche anno fa, ho avuto occasione (e ringrazio il parroco) di consultare un libro parrocchiale del 1700, e mi ha impressionato il grande numero di figli di madre nubile.
Il sospetto che mi si affaccia (ma bisognerebbe vedere i dati dei paesi circostanti nello stesso periodo), è che queste madri non fossero realmente nubili, ma segretamente sposate con il solo rito ebraico.
Riconosco che questo è un argomento estremamente labile, niente più che un dato da esaminare.

Un dato folkloristico.
Nei dintorni è conosciuto una "strofetta" a proposito dei monasteracioti, che pressappoco dice così (cito del tutto a memoria):

O bella genti de Monasteraci,
chi' nterra li morti senza cruci
e pe' campani sona straci.

O bella gente di Monasterace,
che seppellisce i morti senza croce
e come campane suona cocci.
(straci = òstraka, dal greco che indica cocci di terracotta, da cui ostracismo, in quanto il nome della persona da espellere veniva scritta su cocci che poi venivano deposti nell'"urna" delle votazioni).

Questo detto non potrebbe essere un ricordo degli ebrei che venivano sepolti senza la croce cristiana e che non si curavano molto della liturgia cattolica?

Tracce ebraiche nella Locride: IV) E a Monasterace?

Sulla presenza di ebrei a Kaulonia prima e a Monasterace poi, nulla si ha di certo, si possono solo formulare ipotesi e azzardare supposizioni; è quanto cercherò di fare, usufruendo delle fonti che sono riuscito a rinvenire.

Per quanto riguarda l'antica Kaulonia, si può certamente escludere una presenza ebraica, in quanto l'arrivo degli ebrei in Italia sembra risalire a non prima dell'ultimo secolo avanti Cristo, epoca in cui la nostra città non era più che una memoria storico-letteraria e dei resti monumentali.

Per i secoli successivi, nel volume di Sara Rossi, Antonella Casile e autori vari, Vallata del San Pasquale e presenza ebraica in Calabria in età antica (Iiriti, Reggio Calabria, 2002), trovo alcuni accenni a Caulonia.
A pagina 23 se ne parla in un contesto di "consistenti presenze ebraiche", e, trattandosi dei secoli XI-XIII, possiamo presumere che si tratti in realtà di Castelvetere, come viene esplicitato a pagina 59, dove si parla della fine del 1400.
Invece, a pagina 22, se ne parla in riferimento al IV secolo dC, e l'autrice, Gisella Rossi, accosta, tra le altre, a Vibo e a Tropea le testimonianze riferibili a Caulonia; purtroppo non indica i riferimenti storico-letterari o archeologici a sostegno di questa tesi.
Lo stesso ripete alle pagine 35-36, dove di nuovo parla di presenza documentata a Caulonia, come in altri luoghi, senza neanche qui indicare, purtroppo, quali siano queste documentazioni.
Vista l'epoca, qui non siamo più nell'epoca delll'antica Caulonia, né della successiva Castelvetere (di là da venire), ma si tratta chiaramente della statio romana di Caulon/Stilida.
Quali siano gli elementi che portino a pensare ad una presenza ebraica qui, posso solo provare a supporlo: poco prima, a pagina 22, si parla di "notevole e continuo flusso migratorio dalla Palestina e dall'Africa settentrionale di gruppi ebraici"; ebbene, in quella che era l'area occupata dalla statio di Stilida, sono stati trovati numerosi reperti di provenienza africana (Henri Tréziny, Kaulonia 1: Sondages sur la fortification nord (1982-1985), Centre Jean Berard, Napoli, 1989); inoltre sono state trovate numerose anfore del cosiddetto tipo Keay LII, di produzione locale, che venivano spesso usate per conservare e trasportare il vino kasher, cioè preparato secondo le regole bibliche osservate dagli ebrei; infine, esercitando gli ebrei in grande misura il commercio, è difficile pensare che fossero assenti proprio da questa importante statio, l'unica tra Locri e Castra Hannibalis (nei pressi di Squillace), e quindi a notevole di stanza da entrambi; ma siamo sempre nel campo delle ipotesi: ho scritto all'autrice per cercare di avere prove documentali più certe, e spero prima o poi di avere risposta.

Saltiamo di nuovo alcuni secoli, e arriviamo al 982, quando è invece certa la presenza, dalle nostri parti, dell'ebreo Kalònymos, che accompagna l'imperatore tedesco Ottone II nella sua rovinosa campagna contro gli arabi, forse alleati nell'occasione dei bizantini.
Si tratta di una presenza del tutto occasionale, ma mi viene da pensare che forse la presenza di Kalònymos non è di semplice amicizia o compagnia (me lo fa escludere quello che era all'epoca lo stato dei rapporti tra ebrei e cristiani), ma probabilmente viene portato con sé dall'imperatore proprio per prendere contatti con gli ebrei già presenti nella zona, e cercare di avere da loro una collaborazione per cercare di battere il nemico: se tale collaborazione vi fu non sappiamo, sappiamo che se anche vi sia stata non ha portato molto frutto, visto l'esito della battaglia.
Del resto sappiamo, dalla vita di san Nilo da Rossano, che si riferisce ad un'epoca all'incirca contemporanea, che la presenza ebraica in Calabria era un elemento né nuovo né inusuale, ma che aveva un pieno inserimento (relativamente al valore di tale espressione, in un ambiente aspramente antigiudaico, come mostrano le parole di Nilo stesso) nel campo economico e sociale.
Ma ancora una volta, bisogna ammettere che siamo sempre nel campo delle pure ipotesi.

Facciamo un altro salto di circa altri 500 anni, ed arriviamo al 1530, anno in cui fu scritta la Platea di Santo Stefano del Bosco, cioè il "censimento" dei beni posseduti dai certosini di Serra San Bruno, in cui leggiamo testualmente:

Item dictum monasterium tenet et possidet in sui demanio et potestate culturam unam thomolatorum tresdecim cum dimidia, partim riguam et partim costeriam, que cultura est extra tenimentum Arsafie tamen est prope dictum tenimentum in eodem territorio Stili prope flummariam Matrimone, in loco dicto Trovato, confinatam versus occidentem iuxta terram abatie Santi Ioanni Terresti, versus orientem iuxta easdem prefatas terras prefate abatie, versus septemtrionem iuxta terras que fuerunt Iudei, quas ad presens tenent heredes condam Angeli Crista de Monesteraci, ab alio latere, versus septentrionem iuxta terras dicte abatie Santi Ioannis.

Traduco (con qualche difficoltà e varie incertezze, visto il latino corrotto, e con qualche sintesi, per non inserire spiegazioni che sarebbero più lunghe del testo stesso):
La Certosa possiede una coltivazione di tredici tomoli e mezzo, in parte pianeggiante [riguam = irrigua / lungo la riva?] in parte sulla costa, e questa coltivazione si trova fuori dai possedimenti di Arsafia [Santa Maria di Arsafia, importante abbazia tra Guardavalle e Monasterace], tuttavia è vicino a questi possedimenti nello stesso territorio di Stilo [il territorio di Guardavalle faceva parte del Regio demanio di Stilo, e in quegli anni anche Monasterace era disputata dallo stesso Regio demanio, per venirle assegnata, ma non definitivamente, nel 1539] presso la fiumara Matrimone [secondo Cuteri il Vallone San Bernardo, o, ipotizzo io, la fiumara Patella o Fiumarella di Guardavalle?] in un luogo detto Trovato, confinante verso ovest con la terra dell'abbazia di San Giovanni Thirestìs, verso est con le terre di detta abbazia [Arsafia?], verso nord con le terre che furono di un ebreo [nel 1511 gli ebrei erano stati cacciati da tutto il Meridione], attualmente possedute dagli eredi di Angelo Crista di Monasterace, dall'altro lato, verso nord, con le terre dell'abbazia di San Giovanni.

Non sono riuscito ad individuare con esattezza la localizzazione di queste terre, ma si tratta di un luogo tra Monasterace e Guardavalle, probabilmente Monasterace, se l'individuazione di Cuteri della fiumara Matrimone è corretta, probabilmente Guardavalle in caso contrario.
Abbiamo comunque con certezza che nelle nostre zone una terra apparteneva ad una famiglia ebraica, costretta a partire dagli Spagnoli, e che se ne impossessò (per occupazione? con regolare acquisto?) una famiglia di Monasterace.
Due osservazioni a proposito di questo Angelo Crista: Angelo, come nome di forma cristiana, è un nome piuttosto comune tra gli ebrei e tra i convertiti (forzati o meno); Crista potrebbe significare Cresta, ma potrebbe anche essere il "femminile" di Cristo, e bisogna ricordare che molti ebrei convertiti assumevano cognomi come Cristiani, Di Gesù, e simili.
Ricordo anche che a Guardavalle vive ancora una famiglia il cui soprannome è d'a Crista.
La mia ipotesi conclusiva dunque è questa: a Monasterace viveva (almeno) una famiglia ebraica (ma tenendo presenti le abitudini di insediamento degli ebrei e le loro esigenze di culto e di vita, è difficile pensare che fosse davvero una sola), che possedeva un terreno tra Monasterace stesso e Guardavalle; costretta dagli spagnoli a partire, si portò dietro i soldi e i beni mobili che poteva portare, lasciando (in dono o in vendita) i beni immobili, tra cui la terra di cui parla il documento, ad un membro del ramo della famiglia che (forzatamente o liberamente, con convinzione o per interesse) aveva invece abiurato dalla religione dei padri, diventando cristiano.
Volando un po' di fantasia, aggiungerei che il membro della famiglia diventato cristiano fosse una donna (a Crista), e che il fatto fosse avvenuto già da molto tempo, altrimenti non si spiegherebbe come (ammesso che la mia ricostruzione sia vera!) abbiano potuto restare, ed i loro discendenti perpetuarsi fino ad oggi, dal momento che con gli ebrei di fede furono scacciati anche quelli di sangue, nonostante potessero essersi convertiti al cristianesimo.

Nuove tracce ebraiche?

Come dicevo in un precedente post, quest'estate ho avuto il piacere di consultare la tesi sul catasto onciario di Monasterace, presentata da Vincenza Pacicca, la quale mi ha anche messo cortesemente a disposizione le fotocopie del catasto originario.
Mi hanno colpito, tra le altre, tre citazioni.


"Cappella [precedentemente avevo parlato, erroneamente, di altare maggiore] di S. Andrea Avellino e S. Mario martire patroni eretta dentro questa chiesa madre.
Pesi per la celebrazione di una messa bassa la settimana ducati cinque e mezzo, oglio per lampade carlini trentassei, più ad ebrei fatti cristiani, ed altre per garzone miserabili, ed comandantes
[poco leggibile, ma credo sia da intendere come un sinonimo del successivo "su raccomandazione di"] da Monsisgnore Illustrissimo per ogni anno docati quattro circa"

Altre due citazioni si riferiscono, rispettivamente, alla "Chiesa e confraternita di S. Nicola di questa Terra di Monasterace" ed alla "Chiesa e confraternita di S. Caterina di questa Terra di Monasterace":
"paga ad ebrei fatti cristiani ed altre persone miserabili raccomandate da Monsignore Illustrissimo docati quattro"
Trovare la citazione di "ebrei fatti cristiani" ben 200 anni dopo la cacciata degli ebrei dal Mezzogiorno, specialmente in un luogo in cui, a parte le vaghe tracce di cui ho parlato precedentemente, è piuttosto stupefacente.
Aggiungerò che analoghe citazioni si ritrovano ne Il catasto onciario di Placanica, pubblicato dall'ottima professoressa Maria Pia Divino, Arti grafiche, 2002.
Vediamo le varie ipotesi che si possono fare su queste citazioni, e alla fine darò il mio parere personale.

La prima ipotesi è che si tratti di semplici scrocconi che, per avere un piccolo "aiutino", si facevano passare per ebrei, e, con la "conversione", riuscivano ad ottenere questo "premio" che li aiutasse a tirare avanti.
Altra ipotesi è che si trattasse di discendenti di "marrani", o più correttamente "anusim" (nascosti) che, fin dall'epoca angioina, e poi, più numerosi, alla soglia della cacciata del 1511, si erano convertiti per poter rimanere indisturbati nei luoghi che sentivano loro patria; nonostante i secoli passassero, questi convertiti, che continuassero o no a praticare la loro fede, venivano comunque visti come "altri" dalla popolazione cristiana.
Una terza ipotesi è che si tratti di ebrei che, grazie al permesso concesso e presto revocato dallo stesso Carlo III, si erano nuovamente stabiliti in Calabria, e che si "convertono" per poter rimanere, e rimanere in modo "retribuito".
L'ultima ipotesi è che si tratti di veri ebrei, che avevano continuato a osservare la loro fede nascostamente, e abbiano infine deciso (almeno alcuni di loro) di uscire allo scoperto e "farsi cristiani"
Mie riflessioni
Io tendo a sostenere quest'ultima ipotesi, pur non nascondendomi le difficoltà che esistono, e proverò a fornire le mie obiezioni alle altre.
1) Per scroccare non c'era bisogno di fingersi ebrei: in tutte e tre le citazioni questi "ebrei fatti cristiani" stanno insieme ad altri miserabili, indefiniti in due casi, individuate in un "garzone" nel caso della cappella della chiesa matrice; a mio parere non era molto allettante autoconferirsi l'infamante etichetta di "ebrei". Vero è, d'altra parte, che poteva essere meno infamante (ma ne dubito) darsi l'aura di convertiti piuttosto che passare per poveracci; inoltre potrebbe trattarsi di persone abbastanza povere da aver bisogno di un aiuto, ma non abbastanza da ottenerlo senza la gloria di "convertiti". Resta comunque il fatto che io, personalmente, ritengo più sostenibile l'ipotesi che NON si tratti di scrocconi. D'altra parte, mentre è accertato da alcuni studiosi che ci siano stati all'epoca molti finti ebrei convertiti, è anche vero che altri studiosi hanno accertato l'autenticità dell'ebraicità di almeno alcuni di questi convertiti, anche se non di tutti hanno potuto accertare l'autenticità della conversione.
2) Che si tratti di discendenti di antichi convertiti, mi sembra altrettanto poco sostenibile. Sia perché non avevano bisogno di convertirsi, in quanto, come discendenti da convertiti, venivano battezzati e cresimati, e quindi, ricevendo tutti i sacramenti cattolici e praticando, almeno come copertura, i riti cristiani, non avevano bisogno di "farsi" cristiani. Inoltre anche questi cristiani "novelli", guardati con sospetto dalla popolazione e dai governanti, erano stati colpiti dal decreto di espulsione. Di contro, bisogna dire che sono dimostrati alcuni casi di permanenza di alcuni cristiani conversi nonostante l'editto di espulsione. Nonostante ciò, mi sembra anche qui più sostenibile l'ipotesi che NON si tratti di discendenti di antichi convertiti.
3) Il permesso di permanenza da parte di Carlo III fu di durata talmente breve, limitata quantitativamente (una o due città in Calabria) e qualitativamente (commercianti e persone con buone possibilità economiche), e talmente scarse sono le tracce che ebbe effettiva attuazione in Calabria, che anche qui, pur non potendo escludere del tutto, mi sembra più sostenibile l'ipotesi che NON si tratti di ebrei recentemente ritornati, tanto più che, essendo questi di non pessime condizioni economiche, non avevano bisogno di ricevere quella che tutto sommato non era una grossa somma.
4) Da quanto detto, è evidente che a mio parere l'ipotesi più probabile è che possa trattarsi di veri e propri ebrei, che da almeno due secoli avevano continuato segretamente a praticare la loro fede, ed ora, sia perché disillusi dall'ultima revoca di permesso di permanenza, sia perché ridotti in miseria, decidono di "convertirsi" (metto questo termine sempre tra virgolette, perché non si sa quanto questa "conversione" si possa definire autentica e convinta").
Del resto, un inquisitore che fu in Calabria dal 1654 al 1659 annotava che in tutta la provincia di Catanzaro (ne siamo alle soglie, e se avesse visto altre province avrebbe forse potuto fare la stessa osservazione) era piena di ebrei che praticavano segretamente i loro riti.

mercoledì 13 aprile 2016

A parrata nostrana: I palori d'o latinu, vidimu mejju

Ampliamo ora la casistica.

A1) Si tratta della maggioranza delle parole, per cui ne indicherò solo alcuni che hanno avuto esiti particolarmente diversi, dovuti ai fenomeni fonetici (qui e in seguito indico latino con l., italiano con i., monasteracioto con m.).
L. bove - I. bue - M. voi (l’inusuale o al posto dell’italiano u, è dovuto alla fase italiana intermedia buoe);
L. sipia - I. seppia - M. siccia;
L. plenu - I. pieno - M. cjinu;
L. panariu - I. paniere - M. panaru (in realtà l’italiano non è originario, ma viene dal francese panier);
L. mediu - I. mezzo - M. menzu;
L. mittere - I. mettere - M. mentira;
L. persicu/a - I. pesca - M. pèrsicu;
L. umbilicu - I. ombelico - M. vidicu;
L. capsa/capsea - I. cassa - M. cascia (qui le due lingue hanno “scelto” un etimo leggermente diverso).
La casistica potrebbe continuare molto a lungo, ma quanto detto mi sembra sufficiente per dare un’idea.

Un caso leggermente diverso è quello che, soprattutto nel m., ha portato all’unificazione di radici diverse:
L. votare/voltare - I. votare/voltare - M. votara;
L. confortare/comportare - I. confortare/comportare - M. cumportara;
L. nasci/exire - I. nascere/uscire - M. nescira;

Analogo è il caso di una stessa radice che dà origine a due termini diversi:
L. estraniu (extraneus) - I. strano/estraneo - M. stranu;
L. dulce - I. dolce - M. aduci/durci (ma mentre durci deriva dal latino, durci è un’importazione italiana);
L. dirictu - I. dritto/diritto - M. dorittu/dirittu (anche qui il secondo termine, se non mediato dall’italiano è comunque di origine più “alta”);
L. fabula - I. fiaba/favola - M. fàvula (sebbene non sia esattamente un termina autoctono);

Esattamente contrario è il caso di due radici che per fenomeni storico-fonetici, danno esiti uguali:
L. escalciu/scarsu - I. scalzo/scarso - M. scarsu, L. esfoliare/espoliare - I. sfogliare/spogliare M. spojjara.


A2) Sono i termini che, pur derivando da una comune radice, hanno significati parzialmente diversi:
L. menare - I. menare (picchiare e portare, detto di una strada) - M. minara (picchiare e tirare);
L. girare (dal greco gyros) - I. girare - M. girara (significa anche cercare, anche se è più comune girijara);
L. levare - I. levare - M. levara (togliere, ma soprattutto alzare);
L. tornare - I. tornare - M. tornara (anche restituire);
L. debere - I. dovere (essere debitori ed essere costretti) - M. divira (solo nel senso di dovere dei soldi);
L. contare - I. contare - M. cuntara (contare e raccontare);
L. curiosu - I. curioso - M. curjusu (curioso e strano).

A3) L. devacare - I. divagare - M. divacara (versare, di liquidi);
L. pulitu - I. pulito - M. pulito (bello);
L. agreste- I. agreste - M. agresta (acerbo);
L. accoppare - I. accoppare - M. accoppara (coprire);
L. angustiare - I. angosciare - M. nguscijara (gemere);
L. jungere - I. giungere - M. gungira (unire);
L. ampliare - I. ampliare - M. lancjara (stendere i panni);

B) Moltissimi sono i termini latini che hanno dato origine a parole italiane, e invece non sono presenti nel monasteracioto: prendere, correre, salire, collina, sasso, veloce, tra… e non è che una piccola selezione

C) Meno numerosi sono i termini latini che non trovano un corrispondente in italiano: tandu (tamdiu) = allora, accia (apia) = sedano, docu (illoc) = costì, cunnu (cunnu) = vagina, jjòmmaru (glomeru) = gomitolo, ecc.

A parrata nostrana: I palori d'o latinu

Etimologia
Comincio qui una breve serie di post dedicati all’origine del vocabolario della nostra parlata.
È vero che in gran parte le parole monasteraciote derivano dal latino, e molte altre dall’italiano (che a loro volta hanno origine dal latino, dal greco, dal francese e altro ancora), ma abbiamo anche una forte presenza di termini di origine, in primis, greca, ma anche araba, francese, e così via.

Latino e italiano
Come in italiano, gran parte delle nostre parole derivano dal latino (con le ovvie diverse evoluzioni fonetiche), ma tra le due lingue ci sono notevoli differenze.
Alcune parole (la maggior parte) hanno una comune origine, mentre alcune radici latine sono state utilizzate dall’italiano e non nel monasteracioto, altre esattamente il contrario.

Prendiamo come esempio il verbo andare:
A) il latino vadere ha originato sia in italiano che in monasteracioto alcune persone del verbo andare: io vado / eu vaju; essi vanno / idi vannu, ecc.
B) il latino ambitare ha originato in italiano andare, andava, ecc., mentre non ha avuto nessuno sviluppo nel monasteracioto;
C) il latino ire ha originato in monasteracioto jira, jia, ecc., mentre non ha avuto nessuno sviluppo nell’italiano.

A complicare le cose, anche nel caso A) ci sono delle differenze: alcuni termini hanno uno stesso significato, mentre altre hanno un arco semantico parzialmente o totalmente diverso.
Facciamo qualche esempio:
A1) Parole utilizzate dalle due lingue con uguale significato: il latino videre ha dato in italiano vedere, da noi vidira, ed il significato è identico;
A2) Parole utilizzate con arco semantico diverso: il latino colligere ha dato origine all’italiano cogliere e al monasteracioto cojjira, in entrambi i casi si ha il significato raccogliere, ma da noi il termine ha anche il significato di colpire (nci minau na petra e u cojjiu nte’ l’occju);
A3) Parole utilizzate con significato diverso: il latino plicare ha originato in italiano piegare, da noi cjicara, che significa raggiungere.

A parrata nostrana: palori francisi, spagnoli e germanesi

Termini di origine francese
La Calabria, come tutto il Mezzogiorno continentale, ha avuto due periodi di dominazione francese, il primo con i Normanni (che pur non essendo d'origine scandinava erano ormai completamente francesizzati) nei secoli XI-XI, e poco dopo, dal 1266 al 1442, con la casata d'Angiò.
Come è ovvio aspettarsi, questi lunghi secoli di dominazione hanno lasciato alcune tracce anche nel campo linguistico.
Vediamo quali parole sono rimaste, con l'avvertenza che si tratta per lo più di parole ormai in via d'estinzione, se non completamente perse.

Le parole, se non indicato altrimenti sono prese dal fondamentale Dizionario dialettale della Calabria dell'insuperabile Gerhard Rohlfs.
Custureri = sarto (fr. couturier);
Gucceri, gucciria = macellaio, macelleria (fr. boucher, boucherie):
Ttacci = chiodi che si mettevano sotto le scarpe per non consumare le suole (fr. attache)
Cciappi = pietre piatte (fr. echappe): ricordo che da piccolo giocavo sulla spiaggia con questo tipo di pietre ad un gioco simile alle bocce;
Accattara = comprare (fr. acheter);
Adumara = accendere (fr. allumer);
Nduja = tipo di salume (fr. andouille), che dalle nostre parti, a differenza della ormai famosa nduja del Tirreno, era fatto con budella e altri residui di carne di maiale, come la lingua;
Brocca = forchetta (fr. broche);
Cervedu = capretto (fr. chevrelle);
Lumera = lucerna (fr. lumière, luce);
Ammucciara = nascondere (fr. mucher);
Munsedu = mucchio (fr. moncel, monticello);
Racina = uva (fr. racine);
Perciara = bucare (fr. percher);
Viatu = subito (fr. viaz, immediatamente);
Mangiasuni = prurito (fr. mangesoin);
Giugnettu = luglio (fr. juignet);
Gujja = ago (fr. agouille);
Vocali = boccale (fr. bocal; la c semplice, mentre le nostre parlate privilegiano di solito le doppie, mi fa sospettare un'origine francese piuttosto che latina o italiana);
Mpurrira, mpurrutu = marcire, marcio (fr. pourrir, pourri, come in pot pourri).
Proviene probabilmente dal francese il saltuario uso del suffisso -uni come diminutivo, a differenza dell'italiano che lo usa sempre come accrescitivo: scaluni (scalino, gradino); timpuni (da timpa, piccola collina).
Altri termini, sempre indicati dal Rohlfs, mi sembra possano avere una origine francese indiretta, mediata dal napoletano:
Buffetta = tavolo (fr. bouffet);
Buatta = scatola di latta (fr. boite);Tirabusciò = cavatappi (fr. tire-bouchon);
Tuppu = crocchia di capelli (fr. toupet).

Una parola non presente nel Rohlfs è scarfara (riscaldare), che potrebbe venire dal francese chauffer; un'altra parola è malatia, in cui la presenza della consonante semplice rispetto all'italiano malattia, mi fa pensare ad un'origine dal francese maladie.

Una parola che il Rohlfs presenta come di origine francese è
avantjeri (l'altro ieri, ier l'altro), ma personalmente non escludo che si tratti di una evoluzione autonoma, casualmente coincidente con il francese avant hier, come vedremo ipotizzerà per lo spagnolo.

Una possibile origine francese, ma non escludo uno sviluppo autonomo, potrebbe essere l'uso di ca come particella interrogativa o esclamativa (analogamente al francese regionale que): Ca tu eri? = eri tu? - Ca vegnu e' ti minu = vengo e ti picchio.

Termini di origine spagnola
A dispetto della lunga dominazione spagnola, relativamente sono i termini che nella nostra parlata hanno origine da questa lingua, anche considerata la difficoltà di distinguere i termini che, come propone il Rohlfs, hanno avuto una origine autonoma con risultati simili, vista la vicinanza dell'evoluzione dal latino delle parlate italiane e spagnole: tenira (sp. tener, con il significato di avere); cjicara (sp. llegar, dal latino plicare, raggiungere); levara (sp. llevar, portar via, oltre che come in italiano togliere).

Eccone alcune che hanno una sicura origine spagnola.
Talijara = guardare (sp. atalayar = montare la guardia);
Ritranga = fascia per legare il basto all'asino (sp. retranca);
Ntroppiccara, attroppicara = inciampare (sp. atropezar);
Atturrara = tostare (dal catalano torrar).

Alcune parole non sono indicate dal Rohlfs, ma mi sembra ci siano pochi dubbi sulla loro origine:
Stricara = strofinare (sp. estregar);
Canijara = infastidire (sp. bastonare);
Arrobara = rubare (sp. arrobar);
Carrijara = trasportare (sp. carrear, carrejar);
Cusira = cucire (sp. coser);
Làgrima = lacrima (sp. làgrima).

Non so poi se i nomi della settimana da lunedì a giovedì (
luni, marti, mèrcuri, jovi) vengano direttamente dai latini lunae, martis, mercurii, iovis (caduto il termine dies) o dagli spagnoli lunes, martes, mièrcoles, jueves; l'accentazione di mercoledì mi farebbe propendere per una origine spagnola, ma ovviamente è un parere da ignorante.

La particella interrogativa-esclamativa I viene da alcuni fatta derivare dallo spagnolo y (la congiunzione e); personalmente non mi convince molto, potrebbe essere il greco η (la congiunzione o, analogamente all'uso toscano "o che tu fai" = "i chi' fai?").
Francese o spagnolo?
Accanto alla difficoltà di distinguere uno sviluppo autonomo dal latino da importazioni spagnole, esiste una difficolta ad individuare importazioni francesi o spagnole, visti gli sviluppi analoghi di alcuni suoni latini che le due lingue hanno avuto.

Al francese semaine Rohlfs attribuisce l'origine di simana (settimana), ma mi sembra più probabile presupporre lo spagnolo semana.

Alcune parole che il Rohlfs non tratta, mi sembra che abbiano la possibilità di venirci da una di queste lingue.
Caminara = camminare (fr. cheminer; sp. caminar);
Asu = asso (fr. e sp. as);
Cammisa = camicia (fr. chemise; sp. camisa);
Ripentira = pentire (fr. e sp. repentir);
Dubrara = raddoppiare (fr. doubler; sp. doblar);
Cuverta = coperta (fr. couvert; sp. cubierto = coperto).
Termini di origine germanica
Molto rari in tutta la Calabria (rari anche in quella più settentrionale che ha avuto la dominazione longobarda), il Rohlfs ne indica solo uno che appartiene alle nostre parlate, e cioè
faccetta (ascia) che però è venuta attraverso il francese hache.
Di possibile origine germanica è anche
scjocca (grappolo di fiori o di frutti, fichi infilzati in canne).
In realtà i termini di origine germanica non mancano nella nostra parlata, ma provengono (quasi sicuramente) dall'italiano:
guerra, guantu, guardara, vanda (parte, posto), farda (coi derivati fardali = grembiule, fascia, lembo, e mpardara = fasciare, rimboccare), e altri ancora.

martedì 12 aprile 2016

I nomi di Monasterace (V: Monte Arachi - Monasterace)

Cartina della Calabria (1562)da http://www.calabria.org.uk
MONTE ARACHI - MONTE STORACE
Da un po’ di tempo, in moltissimi siti che parlano di Monasterace, compare, tra gli antichi nomi che il paese avrebbe avuto, Monte Storace, ed in quasi tutti Monte Arachi.
Ebbene, posso comunicare ufficialmente che Monasterace non ha MAI avuto questi nomi.
Tutto nasce da alcune cartine antiche che riportano il nome M .Arachi o M. Storace (interpretato dai commentatori come M[onte] Arachi e M[onte] Storace, e quindi, con fantasiose etimologie, “Monte dei legumi” o “Monte del frumento”).
In realtà, i due nomi andrebbero svolti rispettivamente come M[onaster]achi e M[ona]storace.
Bisogna considerare che i cartografi, nella maggior parte dei casi, non si recavano personalmente nei posti (o almeno non in tutti!), e si affidavano a cartine precedenti, a letture di testi descrittivi, a racconti di viaggiatori, ecc., e poi usavano molte sigle e abbreviazioni, che quindi venivano variamente interpretate, con numerosi errori sia di nomi che di localizzazioni.
Provate ad ingrandire la cartina che allego qui: vedrete molte cose interessanti.
M. Arachi si trova a sud di Severano (Soverato), a sud-est di Badoato (Badolato), che si trova quasi a metà strada tra Ionio e Tirreno, e molto a nord di C. Stillo (Punta Stilo), che sta molto a sud di Girasi (Gerace)!

Parliamo di un periodo che risale al 1500-1700, da parte di autori che non sono stati personalmente da noi: prendiamo alcuni esempi di tempi più recenti, da autori che invece ci sono stati , e vedremo quanto facilmente fosse possibile commettere errori da parte di “stranieri”.
Ai primi del 1800, il viaggiatore francese Philippe-Paul de Ségur, chiama il nostro paese Monasteraccio.
Dopo l’unità d’Italia (o l’annessione del Regno del Sud, come sostengono altri) furono inviati dappertutto cartografi e geografi per stilare nuove cartine, e vennero anche da noi, e la collina che nella parlata locale era u Terzinali, la chiamarono Arsenale.
Ai primi del 1900, il paleontologo Giuseppe Seguenza, che effettuò varie ricerche nel nostro territorio [prima o poi daremo conto delle ricerche geologiche e paleontologiche a Monasterace], chiamò monosteracensis una varietà fossile da lui rinvenuta.
Del resto, basta fare una rapida ricerca su Google (meglio ancora su Google libri), mettendo “monesterace”, “monisterace”, ecc., per vedere quante varianti risultano.
Per alcune si tratta di semplici errori di digitazione, ma per lo più (specialmente i risultati in Google libri) corrispondono a diverse “interpretazioni” del nome del paese, nomi che in realtà non ha mai avuto!
L’unico interesse del nome M.Arachi è quello linguistico: ammesso che corrisponda ad una pronuncia reale, rivela come fino a tempi relativamente recenti si conservasse la pronuncia dura del K del termine greco Monastiraki.

MONASTERACE
Soltanto nell'era moderna abbiamo finalmente la menzione di Monasterace, dal greco (non dimentichiamo che fino a tutto il Medioevo dalle nostre parti si parlava il greco e si officiava il rito greco-ortodosso) Monastiraki, che significa “piccolo monastero”, proprio come altri 11 paesi greci e come il quartiere turistico di Atene.
Se questo nome sia dovuto all’antico e distrutto monastero di Sant’Eufemia o al monastero dei Cavalieri di Rodi (to Rodianò Monastiraki) o a qualche altro ignoto monastero (il De Riso aggiunge l'influenza del cognome di una delle prime famiglie feudatarie, i Monaco), non è dato saperlo: troppo pochi sono i documenti che abbiamo.
Da Monastiraki si passo col tempo a Monastaraci, in seguito a fenomeni fonetici tipici nella nostra parlata: l’addolcimento della C dura davanti a E/I, e la pronuncia A di vocali non accentate (un esempio per tutti, la parola greca keramidi, diventata da noi ciaramida).
Le più antiche menzioni che ho trovato, sono nella Platea del monastero di Santo Stefano del bosco (la Certosa di Serra San Bruno) degli anni 30 del XVI secolo (quindi ben prima della cartina in cui compare come M. Arachi!), dove compare una volta come Monesterace (ma si tratta di un cognome) e una volta come Monasteracius, per il resto si alternano le forme Monesteracis e Monesteracius.
La prima volta in cui compare la forma attuale, Monasterace, è un documento del 10 ottobre 1554, citato nel Regesto vaticano per la Calabria di Francesco Russo.

Conclusioni
In questo excursus abbiamo visto che molte sono le ipotesi circa il nome che il nostro territorio ha avuto nel tempo, ma tra i tanti solo di due abbiamo la certezza: Kaulonia e Monasterace.
Per il resto, abbiamo solo ipotesi più o meno plausibili: non sappiamo neanche con certezza se tra Kaulonia e Monasterace ci sia stata una continuazione di insediamento, né quando sia nato l'insediamento attuale.
Una proposta: visto che ora è consentito dalla legge, quando si dovranno (prima o poi) rifare i cartelli posti all’inizio del paese, perché non affiancare alla versione italiana anche quella della nostra parlata?
Dobbiamo imparare a rivalutare la nostra cultura, e la parlata innanzi tutto: non dimentichiamo che una lingua è solo un dialetto fortunato, e un dialetto è una lingua sfortunata!

I nomi di Monasterace (IV: Stilida - Rubiano)

STILIDA
Nella cartografia tardo-imperiale romana, dove solo poco prima era indicata Caulon (ormai decaduta a semplice statio, o forse no? mi sembra che le più recenti ricerche archeologiche confortino l’ipotesi di una città non certo fiorente, ma nemmeno completamente abbandonata), compare il nome di Stilida.
Si tratta di un nome che trova numerosi corrispondenti in Grecia, e che origina dal termine greco stylos, cioè colonna, significando quindi “luogo delle colonne” o “luogo della colonna”, senz’altro in riferimento alle colonne del tempio dorico, probabilmente l’unica cosa rimasta dell’antica Kaulonia.
Secondo gli studiosi, questo nome migrò, insieme agli abitanti in fuga davanti all’impaludamento delle zone costiere, alle pendici del monte Consolino, trasformandosi poi in Stilo. Queste migrazioni di nomi, insieme alle popolazioni, non erano affatto rare, e per quanto ci riguarda ne abbiamo altri due esempi: la Caulonia fondata in Sicilia quando i kauloniati vi furono deportati da Dionisio I, e Ribusa/Rigusa, che era il nome della contrada in cui sorgeva la chiesa di San Marco, che dà il nome al Palio di Ribusa; per non parlare del nome della Calabria stessa, che prima indicava il Salento, finché, con la fuga dei bizantini e degli abitanti davanti ai longobardi, non divenne il nome dell’antico Bruzio.
Visto che non costa niente, io mi permetto di affiancare due ipotesi alternative, e cioè che in realtà il nome abbia potuto prima appartenere a Monasterace Superiore (anche se ammettiamo che non fosse la Mystia/Myria distrutta dalle incursioni corsare, gli abitanti della vecchia Caulon/Stilida avranno pur avuto le loro terre da coltivare, e mi lascia perplesso che siano fuggiti direttamente così lontano), e solo in un secondo tempo, col peggiorare della situazione, si siano trasferiti, armi, bagagli e nomi, verso l’attuale Stilo. La seconda alternativa è che Stilida e Stilo siano due luoghi diversi che abbiano convissuto, e la seconda, quasi interpretando Stilida come “piccola colonna”, ormai accresciuta, abbia riservato a sé il nome di Stilo, “colonna”. Fantastoria? fantarchelogia? Possibilissimo, ma concedetemi l’umiltà di suggerirlo unicamente come ipotesi assolutamente personale.
Per maggiori informazioni sulla questione Stilida/Stilo, consiglio di far riferimento all’ottimo lavoro di Francesco Cuteri e Maria Teresa Iannelli Da Stilida a Stilo.Prime annotazioni su forme e sequenze insediative in un'area campione calabrese contenuto negli Atti del II Congresso Nazionale di Archeologia Medievale. (Brescia, 28 settembre-1 ottobre 2000) delle Edizioni All'insegna del giglio.
Nella foto,
i resti dell'antica chiesetta di San Marco,

sita presso la statio di Caulon/Stilida,
in territorio pertinente a Rubiano.

RUBIANO - RODIANO (Robbiano, Rudiano, Rudieno)
Mentre i nomi precedenti si succedevano tra di loro nell’arco di un tempo relativamente breve (a parte il mitico e forse mai esistito Clete), con questo facciamo ora un salto di secoli, e dalla tarda era imperiale romana arriviamo nella Calabria normanna, se non oltre.
I secoli bui del Medioevo, seppure sia ormai certo che non siano stati così bui come si è voluto vederli, certo in Calabria non risplendono per abbondanza di documenti, e in questo arco di tempo nulla sappiamo di Monasterace o ciò che ne occupasse la sede.
Il nome compare nelle biografie di San Giovanni Theristìs, dove si dice che apparteneva all’odierna Monasterace, in cui erano insediati i Cavalieri di Malta, già di Rodi, e proprio da loro prendesse nome.
Date le minime fonti che riportano questo nome, mi permetto anche qui di affacciare la mia ipotesi personale, e cioè che in realtà, seppure Monasterace abbia avuto questo nome, lo abbia conservato per pochissimo tempo, e che fosse in realtà un aggettivo, qualcosa come “to Rodianò Monastiraki” = “il piccolo monastero dei Cavalieri di Rodi”, usato alternativamente con il sostantivo, che alla fine prevalse.
Una piccolo notazione fonetico-linguistica. Come si spiega l’alternanza B/D di Rubiano/Rodiano? È possibile che nella pronuncia locale suonasse Rujanu (o Rojanò), dal momento che possiamo vedere che nel greco moderno a volte “di+vocale” è diventato “j” (come nella preposizione “dià” divenuta “ja”, come il latino “bl/bi+vocale” diventava facilmente “j” (blancu = jancu). Quindi, dovendo “ritradurre” Rujanu, lo scrittore può aver scelto alternativamente Rodiano o Rubiano.
Ma questa, me ne rendo conto, è una ipotesi ancora più personale, e soprattutto più inutile...

I nomi di Monasterace (III: Consilinum e Mystia)

Finora avevamo analizzato nomi della località che sorgeva in riva al mare, quella dell’attuale tempio. Ora cominciamo a vedere anche i nomi che potrebbero essere stati attribuiti al luogo dove ora sorge (all’incirca) il Paese.
A questo proposito è curioso notare che, fin quando Paolo Orsi non localizzò Kaulonia lì dove oggi tutti gli studiosi sono concordi nel situarla, tutte le attribuzioni si riferivano a località assolutamente interne, ignorando le numerose attestazioni storiche che la ponevano vicino al mare e dotata di porto: Castelvetere (oggi Caulonia), Focà di Caulonia, Stilo, e addirittura Squillace!

Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia parla di vestigia oppidi Caulonis, Mustiae, Consilinum castrum, Cocynthum, quod esse longissimum Italiae promunturium aliqui existimant, avendo già trattato di Caulon (digressione: città di Caulon o città Caulon? in italiano sono possibili tutte e due le traduzioni: nel primo caso sarebbe la città fondata da Caulo, nel secondo la città che si chiama Caulon), vediamo le altre due località: Mustiae e Consilinum castrum.

COCYNTHUM - CONSILINUM
I diversi studiosi collocano in diversi luoghi questo Consilinum castrum, ed alcuni di loro la localizzano dove si trova l’attuale Monasterace Superiore.
Bisogna dire che l’unica citazione di una Consilinum nel Bruzio è questa di Plinio, mentre abbondano le citazioni di un’altra Consilinum, posta in Lucania, che corrisponderebbe all’attuale Sala Consilina, e bisogna aggiungere che non c’è nessun elemento probante circa il luogo dove sorgesse la Consilinum citata da Plinio, non ho quindi la minima idea di quali siano le motivazioni per cui alcuni studiosi l’abbiano collocata a Monasterace, o altrove.
Secondo altri studiosi, infatti, Consilinum sarebbe in realtà Stilo, come dimostrerebbe il nome del Monte Consolino che la sovrasta.
In realtà non possiamo affermare nulla di certo in proposito: sia perché gli studiosi sono stati capaci di inventarsi un monte Caulone nei cui pressi sorgeva Castelvetere (in realtà un tale monte non è mai esistito) e quindi avrebbero benissimo inventarsi il nome “Consolino” per il monte su cui sorge Stilo, e sia perché è ben possibile che la popolazione (come vedremo anche in seguito) spostandosi da un luogo all’altro, abbia portato con sé il nome del luogo natio.
Dunque le ipotesi sono: 1) Consilinum era Monasterace Superiore, e gli abitanti, spostandosi poi a Stilo, portarono con sé il nome, che trasferirono al monte, e forse alla nuova città; 2) Consilinum era il nome dell’insediamento che sorgeva dove oggi si trova Stilo; 3) Consilinum era il nome di un ignoto insediamento, che non si ha alcuna idea dove fosse collocato, e il nome Consolino venne attribuito al monte da qualche studioso in vena di facili localizzazioni.
Tutto chiaro? Sì, in una certa misura lo sarebbe, se non intervenisse una quarta ipotesi: Consilinum (quello del Bruzio, intendiamo) non sarebbe mai esistito!
Secondo qualcuno, infatti, Consilinum castrum, sarebbe semplicemente un errore di lettura/trascrizione di quello che Plinio avrebbe chiamato Cocynthum castrum, per distinguere la città (castrum) dal promontorio omonimo che cita subito dopo.
Praticamente questa quarta ipotesi coinciderebbe con la terza: si tratta di un ignoto insediamento posto da qualche parte nei pressi di Punta Stilo, e quindi potrebbe ugualmente essere Monasterace Superiore, Stilo, uno qualsiasi dei paesi circonvicini, o un qualche villaggio sepolto dal tempo e dagli eventi.

MYRIA - MYSTIA (Mustiae, Mixta, Mistra)
Se nel caso di Cocynthum/Consilinum avevamo l’alternativa tra due nomi e l’incertezza del sito oscilla comunque intorno a Punta Stilo, nel caso della Mustiae citata da Plinio, la gamma di opzioni è molto più ampia: abbiamo la scelta tra cinque nomi (magari variati nel tempo), e per quanto riguarda la collocazione si va dai pressi di Squillace fino a Gioiosa, passando ovviamente attraverso Monasterace Superiore: ognuna delle tre ipotesi ha trovato i suoi sostenitori.
Un’altra incertezza riguarda il fatto se questi cinque nomi corrispondano ad uno stesso luogo o siano due o più luoghi diversi: se Mustiae può essere la trascrizione latina del greco Mystia, e Mixta e Mistra possono essere varianti fonetiche o trasformazioni linguistiche nel corso del tempo, più problematica resta Myria, che dai più viene identificata con Mystia, mentre altri pensano si tratti di un sito diverso.
A proposito di Myria/Mystia c’è da osservare che sia stata una (o due, se si tratta di città diverse) sede episcopale, ma di questo parlerò in un altro post…
Altra curiosità: in Mistra Acies (accampamento di Mistra) il marchese de Riso, vede una possibile origine del nome di Monasterace, ma credo che l’ipotesi non abbia alcun fondamento.
Una cosa interessante è che Mystia coniò delle monete, successive alle più tarde monete di Kaulonia, monete che portavano l’indicazione di Mystia e Hyporon (altra città la cui collocazione è sconosciuta. La mia personalissima ipotesi (suggestione, più che ipotesi, ma visto che studiosi di vaglia hanno fatto le ipotesi più diverse, vabbeh, la brutta figura la posso fare anche io) è che Mystia e Hyporon siano rispettivamente Monasterace Superiore e Stilo. Mustiae esisteva quando Plinio attestava a Kaulonia solo dei resti, e forse lì si era trasferita una parte della popolazione, e Hyporon significa “Sotto il monte”, nome che potrebbe benissimo adattarsi ad un insediamento che occupasse il sito dell’attuale Stilo, dove potrebbero essersi trasferiti altri kauloniati. Conservando il legame dell’antica patria comune, siti nei pressi di zone minerarie, potrebbero benissimo aver coniato insieme delle monete. Certo Hyporon è più facilmente collocabile da queste parti, sotto influenza krotoniate (un verso delle monete riporta il tripode, simbolo di Kroton, e l’altra il volto di Apollo: ricordiamo che per alcuni la figura tipica delle monete di Kaulonia potrebbe essere Apollo Katharsios), piuttosto che nei pressi di Palizzi, zona lokrese.

Conclusioni
Come al solito, le conclusioni sono estremamente aperte: Monasterace (Superiore) può essere stata Consilinum e/o Mystia/Myria, come è possibile che non abbia avuto nessuno dei due nomi, che potevano riferirsi ad altri siti nei pressi di Kaulonia, oppure no...
Quel che è certo è che, mentre fino a poco tempo fa si riteneva impossibile che un qualsiasi insediamento ellenico o addirittura romano si potesse collocare a Monasterace Paese, ritenuto al più di origine bizantina, oggi le ricerche archeologiche e i numerosi reperti greci ritrovati, pur nel poco tempo e nel poco spazio in cui è stato possibile effettuare scavi nel centro cittadino, rendono plausibile un’origine molto più antica.

I nomi di Monasterace (II: Kaulon/Kaulonia)


KAULON - KAULONIA (Caulon, Caulonia, Caulona)
Con questo nome abbiamo le prime storiche certezze (o quasi… come vedremo presto) per il nostro territorio.
Le forme Kaulon e Kaulonia (e l’accentazione sulla i = Kaulonìa, nella trascrizione greca; con la C iniziale e l’accento sulla o = Caulònia, nella grafia latina: io userò la forma Kaulonia, per distinguerla dall’attuale Caulonia, già Castelvetere) sono abbondantemente attestate, ma non per questo mancano i problemi.

Il primo problema è quello dell’origine del nome.Nel post precedente avevamo già visto alcune ipotesi: trasformazione dell’originario Aulon/ia in Kaulon/ia; derivazione dal nome dell’eroe eponimo Kaulon (fosse o no figlio dell’amazzone Kleite, sia o no realmente esistito); origine dal termine ?aulon di una non meglio identificata lingua preellenica (mia personale ipotesi). Non resta che aggiungere altre due ipotesi, per concludere che nulla abbiamo di certo in proposito.
Una prima ipotesi risale ad un certo pensiero archeologico del XIX secolo, che vedeva tutto avere origine nell’Oriente semitico, segnatamente fenicio, e interpretava Kaulon come “voce tonante” di un qualche dio (confronta con l’ebraico qol = voce), attribuendone l’origine alle tempeste che ci sarebbero state sul Promontorio Cocinto, la nostra Punta Stilo; sostenuta ancora negli anni '60 dal marchese De Riso (benemerito autore della prima pubblicazione sulla storia di Monasterace), oggi questa ipotesi non trova più molto credito.
Un’altra ipotesi fa derivare il nome dal termine greco kaulòs, che significa “fusto di pianta”, supponendo l’abbondante esistenza nel nostro territorio di qualche tipo di albero, o comunque di piante, ad alto fusto; anche questa ipotesi trova oggi pochi sostenitori.
Insomma, come possiamo vedere, le ipotesi sono numerose (forse ne dimentico qualcun’altra), ma le certezze mancano completamente.

Il secondo problema è quello del nome in sé: Kaulon o Kaulonia?Nelle fonti greche prevale nettamente la versione Kaulonia, mentre in quelle latine viene usata più frequentemente la forma Caulon.
Quasi sicuramente la forma corretta è quella lunga, e “colpevole” della diffusione della forma breve potrebbe essere Virgilio, che nell’Eneide parla di Caulonisque arces, rocche di Caulon, riferendole quasi sicuramente al fondatore (allo stesso modo in cui si può dire “colli di Romolo” parlando dei colli di Roma), mentre l’espressione fu percepita come un riferimento al nome della città.
La stessa divergenza si trova tra l’uso degli studiosi e degli archeologi, che privilegiano nettamente la forma lunga, e l’uso invece dei paesani, che invece (da qualche anno) privilegiano la forma breve, al punto che abbiamo nel nostro paese la piazza Kaulon (intesa come nome dell’antica città, mentre invece dovrebbe riferirsi al mitico fondatore), ma neanche una viuzza intitolata a Kaulonia.
Per quanto riguarda l’uso locale, credo che trovi una sua giustificazione nella volontà di non fare confusione con l’attuale Caulonia (Castelvetere); oso fare una proposta: potremmo tornare alla forma originaria greca con l’accento sulla i, Kaulonìa, e avremmo risolto il problema!

Concludendo,
possiamo affermare che per la prima fase della sua storia (dalla fine dell'VIII secolo a.C. a tutta (o quasi) l'epoca romana il nome del nostro paesello (o meglio, dell'insediamento che gli diede origine) fu Kaulonìa prima, e Caulònia poi, mentre nulla di certo sappiamo sull'origine e sul significato di questo nome.

I nomi di Monasterace (I: Clete e Aulon)

Nella sua storia Monasterace (o meglio, gli insediamenti sul suo territorio) ha avuto vari nomi, e altri che gli vengono attribuiti, invece… non li ha mai avuti.
Si tratta di una materia piuttosto controversa, che pone parecchi interrogativi: che nomi ebbe realmente? in che periodi ebbe tali nomi? da quali lingue venivano questi nomi e cosa significavano?
Purtroppo né per l’antica Kaulonia né per la moderna Monasterace abbiamo risposte facili a nessuna di queste domande.
Farò un resoconto in più “puntate” di quanto risulta in proposito dalle mie ricerche, scrivendo in corsivo blu quelle che sono riflessioni o supposizioni personali.

Questo è lo schema riassuntivo dei nomi che Monasterace/Kaulonia ha avuto (può aver avuto/si dice abbia avuto):
KLEITE (Cleta, Clete, Clite)
AULON - AULONIA
KAULON - KAULONIA (Caulon, Caulonia, Caulona)
COCINTHUM - CONSILINUM
MYRIA - MYSTIA (Mustiae, Mixta)
STILIDA
RUBBIANO (Robiano, Rodiano, Robbiano, Rubiano, Rudiano)
MONTE ARACHI - MONTE STORACE
MONASTERACE
Al momento citerò poche fonti (la mia biblioteca e i miei appunti sono caotici), ma man mano che le ritroverò aggiungerò le indicazioni di riferimento.
KLEITE (Cleta, Clete, Clite)
Licofrone, nella sua opera poetica “Alexandra” narra dell’amazzone Kleite (in latino Cleta o Clete), nutrice della regina delle amazzoni Pentesilea, che, morta questa per mano dei Greci nella guerra di Troia, si diresse verso le nostre coste, dove fondò una città alla quale diete il suo nome, e sulla quale regnò prima lei, poi altre regine che portavano il suo stesso nome, finché la città fu distrutta dai Crotoniati. Secondo altre versioni Kleite diede alla città il nome del figlio, Kaulon, che invece, secondo altre versioni ancora, ne fu il fondatore e le diede il nome, oppure furono i Crotoniati che l’avevano distrutta a darle il nome del figlio della fondatrice!
Il riferimento di Licofrone è rivendicato anche da Cleto (fino al 1863 Petramala), sulla costa tirrenica in provincia di Cosenza. Nonostante molti e autorevoli pareri contrari (Paolo Orsi e il De Santis tra tutti), siccome la storia di Kleite sembra collocabile sul Tirreno e l’attribuzione della maternità di Kaulon a Kleite è piuttosto tarda, mi sembra sostenibile anche l’ipotesi di una “Kleite” tirrenica, per quanto non ci siano elementi per collocarla con esattezza a Petramala o altrove.
In ogni caso, o Cleto/Petramala o Kleite/Kaulon, si può dire che si tratti di un mito e che non ci fu mai una città chiamata Clete o simili, ma la leggenda riflette la realtà di una terra in cui il ruolo femminile era molto più rilevante che nella madrepatria Grecia o di quanto sarà poi in seguito: a “Kleite” la leggenda dell’amazzone e delle regine, a Locri la poetessa Nosside e la leggenda della fondazione ad opera di cento nobildonne fuggite dalla Grecia con i loro schiavi, a Crotone le filosofe pitagoriche…
AULON - AULONIA
Secondo alcuni antichi autori il primo nome della città fu Aulon o Aulonia (con l'accento sulla i = Aulonìa), dal termine greco che significa “valle, piccola valle”, prima di ricevere il K iniziale, anche se nessuno sa spiegare come e perché venne aggiunta.
In realtà non esiste nessun fenomeno linguistico per cui da una A iniziale si sia potuti passare ad un KA, mentre esiste il fenomeno contrario, come la pronuncia pisana “asa” dell’italiano “casa”, attraverso la forma intermedia (come nel fiorentino) “hasa”. La mia ipotesi è che il nome della nostra città provenga dal termine in una lingua (indoeuropea? preindoeuropea? semitica?) in cui la A iniziale fosse preceduta da un suono laringale o gutturale sconosciuto ai Greci, che lo sentivano (e pronunciavano) come K oppure come suono muto. Possiamo fare un esempio con la resa in greco del suono ebraico CH/KH (simile al suono CH in tedesco o J in spagnolo), presente nei nomi di persona KHannah (reso in greco come Anna, quindi con suono muto) e MeleCHijah (reso in greco come Malakias, quindi con suono K).
Anche nel caso di questo secondo nome non ci sono prove che sia stato realmente usato per indicare la città, a parte qualche rara moneta che sembra riportare l'iscrizione AUL invece che l'abituale KAUL (ma probabilmente si tratta di monete in cui il K iniziale non è più leggibile), mentre si può supporre che abbia avuto un nome che possiamo indicare con ?aulon (non sapendo il suono della lettera iniziale) anche se non sappiamo se riferito ad un territorio o già ad un insediamento (città/villaggio), e potrebbe trattarsi di una falsa etimologia, mentre è quasi sicuro che il nome “Aulon” (“vallicella”) appartenesse ad un quartiere della città sito a sud della Piazzetta, nei pressi del Vallone Bernardo. Questa è l’ipotesi di Paolo Orsi, nell’interpretare una scritta su terracotta quasi sicuramente attribuibile a Kaulonia, tanto che l’Orsi chiamò “Porta di Aulon” la porta di questo tratto delle mura.
Vorrei aggiungere che vari luoghi in Italia, Grecia, Asia Minore, Albania portano (portavano) il nome Aulon, e se per quasi tutte si può ipotizzare un'etimologia dal termine per "valle", sicuramente questa ipotesi non è valida per il Monte Aulon, presso Taranto: essendo un monte non poteva essere chiamato "valle", propenderei quindi per un'etimologia che risalga ad un substrato linguistico preindoeuropeo.

martedì 19 maggio 2015

La "Papessa" di Monasterace

Una Madonna papale
Usciti da Monasterace dalla Porta di Terra e percorsi nemmeno 200 metri, si arriva ad una moderna cappella ottagonale con pareti di vetro, costruita per proteggere una delle opere più particolari (e secondo me più belle) del nostro paese.
Antica chiesetta della Madonna "del Rito"www.monasterace.info
Fino al dopoguerra esisteva ancora la chiesetta originale, che nei primi anni ’50 fu sventatamente distrutta, un po’ perché danneggiata, un po’ troppo per allargare la strada.
Se ne perse praticamente la memoria, finché negli anni ’90 due signore del paese ebbero (è quanto si afferma) la visione della Madonna, che apparsa loro molte volte, le invitò a scavare, e fu così che trovarono la cappella (una parte della cappella e circa un metro quadro di pavimento è quanto resta della chiesa originale), e, sempre su invito della Madonna, sotto l’intonaco trovarono l’affresco, raffigurante la Madonna con in braccio il Bambino e circondata da angioletti, seduta sulla Sacra Casa di Loreto.



Si racconta anche che dagli occhi della Madonna uscissero per molto tempo delle lacrime, le cui tracce sono poi state pulite dal successivo restauro.
Si tratta di un affresco della Madonna di Loreto (diventata nella nostra parlata de Luritu, poi de lu Ritu, e quindi ritradotta in italiano come Madonna del Rito, di questo passaggio linguistico abbiamo una testimonianza nell'inventario della chiesa di Santa Barbara a Taverna, dove è descritto il quadro di Mattia Preti "S. Maria dello Reto"), la cui maggiore particolarità consiste nel fatto che porta in testa quella che chiaramente è un triregno papale.
È una pittura tenera e ingenua, che io trovo fresca e dolce, benché non si possa certo dire un capolavoro di grande scuola: probabilmente è di un autore di area locale con discrete nozioni tecnico-pittoriche.
Riguardo all’epoca dell’affresco non ci sono certezze, ma io la collocherei non più tardi della metà del XVI secolo, in base ad un elemento di storia religiosa, più che di stile artistico (campo al cui riguardo confesso tutta la mia ignoranza).
Alla prima metà del XVI secolo risale infatti il Concilio di Trento, in seguito al quale fu stabilito il divieto di raffigurare la Vergine in vestimenti pontifici, episcopali o sacerdotali.
Si spiegherebbe così perché l’affresco risulta essere stato ricoperto da un intonaco bianco a gigli (borbonici?) azzurri.
Questo tipo di raffigurazione della Madonna aveva una certa diffusione, ed in particolare tre corone (forse rappresentanti la Trinità) erano tipiche dell’iconografia della Vergine di Loreto, ed ho trovato alcune immagine simili: 1) Madonna del Popolo a Pontremoli in Lunigiana; 2) Madonna di Loreto a Monselice (PD); 3) Madonna del Monte a Cesena.

1)
2)
3)In nessuna, però, si distingue così nettamente una vera e propria tiara papale, se non nella terza, ma si tratta di un ex voto, quindi con valore del tutto privato.