domenica 24 febbraio 2019

San Giovanni Theristis

Tra tanta devozione a Padre Pio, Don Bosco, San Giuseppe Artigiano, mi stupisco che nessuno pensi a riscoprire e riproporre il culto, la storia e la vita di San Giovanni Theristìs, un santo che è radicato profondamente nella nostra tradizione, nella nostra cultura e nella nostra storia.
Visse e operò nelle nostre zone, tra Monasterace e Stilo operò il miracolo che gli diede il nome con cui è conosciuto (Theristìs = Mietitore), nella sua biografia è riportata la più antica menzione del nome di Monasterace (1200 ca.).
Eppure... non una chiesa, non una cappella, una piccola festa o un'icona (non una statua, per carità!) lo ricorda.

Foto dal sito
Bivongi.com
Da Calabria Ora, giovedì 11 febbraio 2010
Il “Dies Natalis” del santo mietitore

Si rinnova l’appuntamento a Bivongi con le giornate di studio sul monaco bizantino
Si rinnova anche quest’anno, a Bivongi, l’importante appuntamento culturale e cultuale nel “dies natalis” del santo dello Stilaro Giovanni il Theristys.
Organizzato dal comune di Bivongi e dal sacro monastero ortodosso San Giovanni Theristis il convegno si celebrerà in concomitanza con le celebrazioni in memoria del Santo mietitore, il sabato e l’ultima domenica di febbraio.
A tal proposito gli organizzatori informano che «la coincidenza, questo anno, della dormizione del Santo mietitore con la domenica di San Gregorio Palamas, ha determinato di dedicare l’annuale convegno a: “i genitori prime guide dei figli alla Santità” per commemorare la recente canonizzazione di tutta la famiglia di San Gregorio Palamas: i Santi Teodosio ed Epichari (i genitori), le Sante Teodota e Kallì (le sorelle), i Santi Costantino e Macario (i fratelli)».
Giovanni nacque verso la fine del 900, probabilmente a Palermo, dove la madre, già incinta, era stata portata prigioniera dai saraceni, che l'avevano catturata in un'incursione a Stilo.
Istruito dalla madre, Giovanni, all'età di quattordici anni, quando seppe delle vicende della sua famiglia, decise di ritornare a Stilo.
Qui fu accolto e battezzato in uno dei monasteri della valle dello Stilaro. Crescendo Giovanni fortificò la sua fede con la preghiera e l'ascesi.
In Calabria, Giovanni, che, divenuto monaco secondo le regole dei Padri d’Oriente, meritò di essere chiamato Theristis, Mietitore, perché, mosso da somma carità verso i bisognosi, era solito prestare aiuto ai mietitori.
Negli ultimi tempi molti studiosi hanno proposto alle autorità ecclesiastiche di elevare il santo di Stilo a patrono dell’intera vallata bizantina dello Stilaro.
L’auspicio che si proclami Giovanni santo di tale bacino territoriale dell’Alta Locride, oltre che sul carattere ecumenico della personalità storica di Giovanni, poggia su un ulteriore dato di fatto: nessun Santo è così noto nella storia locale e amato come S.
Giovanni.
Vissuto in un ambiente e in un momento in cui le chiese cristiane nascenti erano certamente discordi le une dalle altre, ha lottato per un cristianesimo inclusivo e di fronte alla diversità tra i culti locali proponeva la centralità di Cristo: un'unità che si basa sul sapere chi è Gesù Cristo e che spazio ha nella nostra vita di singoli e chiese.

Tale concetto è evidenziato dagli atti concernenti il Bios del Santo, considerato potente taumaturgo, custoditi presso l’archivio segreto della Santa Sede.
Il suo essere portatore di un messaggio che va al di là di barriere culturali, può portarci a riflettere sull'idea di inculturazione dell'Evangelo in un mondo globalizzato come il nostro
.

sabato 5 novembre 2016

La Papessa di Monasterace

Una Madonna papale
Usciti da Monasterace dalla Porta di Terra e percorsi nemmeno 200 metri, si arriva ad una moderna cappella ottagonale con pareti di vetro, costruita per proteggere una delle opere più particolari (e secondo me più belle) del nostro paese.
Antica chiesetta della Madonna "del Rito"www.monasterace.info
Fino al dopoguerra esisteva ancora la chiesetta originale, che nei primi anni ’50 fu sventatamente distrutta, un po’ perché danneggiata, un po’ troppo per allargare la strada.
Se ne perse praticamente la memoria, finché negli anni ’90 due signore del paese ebbero (è quanto si afferma) la visione della Madonna, che apparsa loro molte volte, le invitò a scavare, e fu così che trovarono la cappella (una parte della cappella e circa un metro quadro di pavimento è quanto resta della chiesa originale), e, sempre su invito della Madonna, sotto l’intonaco trovarono l’affresco, raffigurante la Madonna con in braccio il Bambino e circondata da angioletti, seduta sulla Sacra Casa di Loreto.



Si racconta anche che dagli occhi della Madonna uscissero per molto tempo delle lacrime, le cui tracce sono poi state pulite dal successivo restauro.
Si tratta di un affresco della Madonna di Loreto (diventata nella nostra parlata de Luritu, poi de lu Ritu, e quindi ritradotta in italiano come Madonna del Rito, di questo passaggio linguistico abbiamo una testimonianza nell'inventario della chiesa di Santa Barbara a Taverna, dove è descritto il quadro di Mattia Preti "S. Maria dello Reto"), la cui maggiore particolarità consiste nel fatto che porta in testa quella che chiaramente è un triregno papale.
È una pittura tenera e ingenua, che io trovo fresca e dolce, benché non si possa certo dire un capolavoro di grande scuola: probabilmente è di un autore di area locale con discrete nozioni tecnico-pittoriche.
Riguardo all’epoca dell’affresco non ci sono certezze, ma io la collocherei non più tardi della metà del XVI secolo, in base ad un elemento di storia religiosa, più che di stile artistico (campo al cui riguardo confesso tutta la mia ignoranza).
Alla prima metà del XVI secolo risale infatti il Concilio di Trento, in seguito al quale fu stabilito il divieto di raffigurare la Vergine in vestimenti pontifici, episcopali o sacerdotali.
Si spiegherebbe così perché l’affresco risulta essere stato ricoperto da un intonaco bianco a gigli (borbonici?) azzurri.
Questo tipo di raffigurazione della Madonna aveva una certa diffusione, ed in particolare tre corone (forse rappresentanti la Trinità) erano tipiche dell’iconografia della Vergine di Loreto, ed ho trovato alcune immagine simili: 1) Madonna del Popolo a Pontremoli in Lunigiana; 2) Madonna di Loreto a Monselice (PD); 3) Madonna del Monte a Cesena.

1)
2)
3)In nessuna, però, si distingue così nettamente una vera e propria tiara papale, se non nella terza, ma si tratta di un ex voto, quindi con valore del tutto privato.

domenica 8 maggio 2016

Altre tracce ebraiche?

Leggendo il Catasto onciario di Monasterace (1742) trovo un altro possibile indizio di una presenza (non si sa quanto consistente e duratura) di presenze ebraiche a Monasterace.
Viene due volte citata una contrada chiamata "Jacoppe seu Giuseppe" (Giacobbe o Giuseppe), posta pressappoco (almeno mi pare) nella zona che ho citato in un precedente post, in cui parlavo di un brano della Platea della Certosa di Santo Stefano del Bosco del 1530 (e cioè al confine tra Monasterace e Guardavalle):

La Certosa possiede una coltivazione di tredici tomoli e mezzo, in parte pianeggiante [riguam = irrigua / lungo la riva?] in parte sulla costa, e questa coltivazione si trova fuori dai possedimenti di Arsafia [Santa Maria di Arsafia, importante abbazia tra Guardavalle e Monasterace], tuttavia è vicino a questi possedimenti nello stesso territorio di Stilo [il territorio di Guardavalle faceva parte del Regio demanio di Stilo, e in quegli anni anche Monasterace era disputata dallo stesso Regio demanio, per venirgli assegnata, ma non definitivamente, nel 1539] presso la fiumara Matrimone in un luogo detto Trovato, confinante verso ovest con la terra dell'abbazia di San Giovanni Thirestìs, verso est con le terre di detta abbazia [Arsafia?], verso nord con le terre che furono di un ebreo [nel 1511 gli ebrei erano stati cacciati da tutto il Meridione], attualmente possedute dagli eredi di Angelo Crista di Monasterace, dall'altro lato, verso nord, con le terre dell'abbazia di San Giovanni.

Mentre il nome Giuseppe può benissimo essere sia ebraico che cristiano, Jacoppe mi sembra possa caratterizzarsi come squisitamente ebraico.
Potrebbe essere una terra posseduta o coltivata da due fratelli ebrei, o da padre e figlio, o che avessero altra relazione di parentela o semplicemente di affari.
Riconosco che è sicuramente una traccia estremamente labile, ma potrebbe essere una tessera di un più ampio mosaico.

Ancora sugli ebrei a Monasterace

Mi rendo conto che questo post potrà sembrare frutto di fantastoria da parte di un monomaniaco fissato: sono disposto ad accettare ogni critica, ma invito comunque a prendere in considerazione (anche per demolirli) gli argomenti che propongo.

Da molti anni mi sto dedicando alla storia di Monasterace, e da qualche anno allo studio della Calabria ebraica, ma non avrei mai pensato a mettere in connessione questi due aspetti: ero convinto che nulla di ebraico vi fosse mai stato a Monasterace, o che, se pure qualche presenza ci fosse stata, il lungo tempo passato e l'assenza di documenti non avrebbero mai permesso di saperne qualcosa.
Questo fino a poche settimane fa, oggi le letture fatte (o approfondite) per questo blog mi portano invece a pensare che una presenza ebraica a Monasterace vi sia stata, e sia rimasta oltre la cacciata ufficiale degli ebrei dalla Calabria, e che qualche elemento documentario può essere di aiuto in questo.


Una sola è la prova di una certa solidità, dalla Platea della Certosa di Santo Stefano del Bosco del 1530, citata in un post precedente (sono riportati indizi tratti da altre pubblicazioni, oltre al passaggio, non si sa quanto casuale, dell'ebreo Kalonymos al seguito dell'imperatore Ottone II):
terras que fuerunt Iudei, quas ad presens tenent heredes condam Angeli Crista de Monesteraci (le terre che furono di un ebreo, attualmente possedute dagli eredi di Angelo Crista di Monasterace).

Vediamo altri elementi significativi.
Nel Regesto vaticano per la Calabria di Francesco Russo, al n. 47649, abbiamo visto citata la morte, nel novembre 1696, del parroco Giuseppe Arone, dal cognome chiaramente di origine ebraica, di probabile appartenenza a famiglia sacerdotale.
Era tradizione di molte famiglie di anusim (nascosti: ebrei che avevano segretamente conservato la fede dei padri) avviare uno dei figli alla carriera ecclesiastica, sia per distogliere i sospetti che per poter praticare più liberamente le loro preghiere e i loro riti: di solito questi preti, dopo aver celebrato pubblicamente per i loro fratelli i riti cattolici del matrimonio, della sepoltura ecc., li ripetevano segretamente secondo i rituali ebraici.
Non è detto che questo Arone fosse tra di loro, ma visto che usualmente ad uno zio sacerdote si affiancava un nipote prete (si veda la dinastia ecclesiastica dei Syrleto di Guardavalle), è probabile che fino a qualche generazione prima vigesse questa pratica nella famiglia Arone; nel 1696 troppo tempo era passato per essere sicuri che la fede ebraica venisse conservata, ma non è del tutto da escludere.

Al n. 55159, abbiamo visto che nel 1724 viene nominato parroco Io. Baptistae Vigliarulo, che (n. 55400) qualche mese dopo viene rimosso, probabilmente perché si scopre che non fosse realmente prete: non si sa se si fosse finto tale, o se non avesse ancora ricevuto il sacramento dell'ordine.
Villarulo (Villaroel) è cognome spagnolo ebraico (appartiene ad una famiglia di Stilo che ha dato numerosi personaggi celebri, maggiore tra tutti Domenico, cartografo ufficiale presso la corte spagnola): anche di questo (preteso) prete è possibile pensare che volesse curare i fedeli rimasti segretamente ebrei.

Altri elementi sono ancora più vaghi, e meriterebbero ulteriori approfondimenti.

Mario Galeota, feudatario di Monasterace, fu un eretico di una certa celebrità, prima di rientrare nel seno della Chiesa, e a Monasterace si rifugiò per scrivere alcune sue opere anticattoliche; qui strinse rapporti con Tommaso Campanella, che ospitò pochi giorni prima del fallimento della congiura antispagnola (e anticattolica).

Tommaso Campanella, di cui sono note le relazioni con ebrei e giudaizzanti, nell'attuazione della sua congiura, pose particolare attenzione a Monasterace (qui faccio solo dei cenni, che approfondirò in un futuro post sui rapporti tra Campanella e Monasterace): di Monasterace sembra che fosse il suo seguace e complice Dionisio, a Punta Stilo erano attese le galee turche che avrebbero dovuto avviare la lotta congro gli spagnoli, a Monasterace chiese ripetutamente di poter predicare, venendogliene negato il permesso, e qui fu ospite di Mario Galeota.
Non si può escludere che sia il Galeota che il Campanella si trovassero a proprio agio in un luogo in cui l'eventuale presenza di ebrei nascosti fornisse loro alleati e protezione contro le intrusioni della Santa Inquisizione.

Altri elementi non sono che dei sospetti, meritevoli di ulteriori indagini.
Rimando ancora ad un altro post sul Regesto vaticano, e mi piacerebbe molto riuscire a capire a cosa fossero dovute le censure ecclesiastiche inflitte a Monasterace, e di cosa fossero accusati i due preti monasteracioti incarcerati.

Un elemento di storia locale.
Qualche anno fa, ho avuto occasione (e ringrazio il parroco) di consultare un libro parrocchiale del 1700, e mi ha impressionato il grande numero di figli di madre nubile.
Il sospetto che mi si affaccia (ma bisognerebbe vedere i dati dei paesi circostanti nello stesso periodo), è che queste madri non fossero realmente nubili, ma segretamente sposate con il solo rito ebraico.
Riconosco che questo è un argomento estremamente labile, niente più che un dato da esaminare.

Un dato folkloristico.
Nei dintorni è conosciuto una "strofetta" a proposito dei monasteracioti, che pressappoco dice così (cito del tutto a memoria):

O bella genti de Monasteraci,
chi' nterra li morti senza cruci
e pe' campani sona straci.

O bella gente di Monasterace,
che seppellisce i morti senza croce
e come campane suona cocci.
(straci = òstraka, dal greco che indica cocci di terracotta, da cui ostracismo, in quanto il nome della persona da espellere veniva scritta su cocci che poi venivano deposti nell'"urna" delle votazioni).

Questo detto non potrebbe essere un ricordo degli ebrei che venivano sepolti senza la croce cristiana e che non si curavano molto della liturgia cattolica?

Tracce ebraiche nella Locride: IV) E a Monasterace?

Sulla presenza di ebrei a Kaulonia prima e a Monasterace poi, nulla si ha di certo, si possono solo formulare ipotesi e azzardare supposizioni; è quanto cercherò di fare, usufruendo delle fonti che sono riuscito a rinvenire.

Per quanto riguarda l'antica Kaulonia, si può certamente escludere una presenza ebraica, in quanto l'arrivo degli ebrei in Italia sembra risalire a non prima dell'ultimo secolo avanti Cristo, epoca in cui la nostra città non era più che una memoria storico-letteraria e dei resti monumentali.

Per i secoli successivi, nel volume di Sara Rossi, Antonella Casile e autori vari, Vallata del San Pasquale e presenza ebraica in Calabria in età antica (Iiriti, Reggio Calabria, 2002), trovo alcuni accenni a Caulonia.
A pagina 23 se ne parla in un contesto di "consistenti presenze ebraiche", e, trattandosi dei secoli XI-XIII, possiamo presumere che si tratti in realtà di Castelvetere, come viene esplicitato a pagina 59, dove si parla della fine del 1400.
Invece, a pagina 22, se ne parla in riferimento al IV secolo dC, e l'autrice, Gisella Rossi, accosta, tra le altre, a Vibo e a Tropea le testimonianze riferibili a Caulonia; purtroppo non indica i riferimenti storico-letterari o archeologici a sostegno di questa tesi.
Lo stesso ripete alle pagine 35-36, dove di nuovo parla di presenza documentata a Caulonia, come in altri luoghi, senza neanche qui indicare, purtroppo, quali siano queste documentazioni.
Vista l'epoca, qui non siamo più nell'epoca delll'antica Caulonia, né della successiva Castelvetere (di là da venire), ma si tratta chiaramente della statio romana di Caulon/Stilida.
Quali siano gli elementi che portino a pensare ad una presenza ebraica qui, posso solo provare a supporlo: poco prima, a pagina 22, si parla di "notevole e continuo flusso migratorio dalla Palestina e dall'Africa settentrionale di gruppi ebraici"; ebbene, in quella che era l'area occupata dalla statio di Stilida, sono stati trovati numerosi reperti di provenienza africana (Henri Tréziny, Kaulonia 1: Sondages sur la fortification nord (1982-1985), Centre Jean Berard, Napoli, 1989); inoltre sono state trovate numerose anfore del cosiddetto tipo Keay LII, di produzione locale, che venivano spesso usate per conservare e trasportare il vino kasher, cioè preparato secondo le regole bibliche osservate dagli ebrei; infine, esercitando gli ebrei in grande misura il commercio, è difficile pensare che fossero assenti proprio da questa importante statio, l'unica tra Locri e Castra Hannibalis (nei pressi di Squillace), e quindi a notevole di stanza da entrambi; ma siamo sempre nel campo delle ipotesi: ho scritto all'autrice per cercare di avere prove documentali più certe, e spero prima o poi di avere risposta.

Saltiamo di nuovo alcuni secoli, e arriviamo al 982, quando è invece certa la presenza, dalle nostri parti, dell'ebreo Kalònymos, che accompagna l'imperatore tedesco Ottone II nella sua rovinosa campagna contro gli arabi, forse alleati nell'occasione dei bizantini.
Si tratta di una presenza del tutto occasionale, ma mi viene da pensare che forse la presenza di Kalònymos non è di semplice amicizia o compagnia (me lo fa escludere quello che era all'epoca lo stato dei rapporti tra ebrei e cristiani), ma probabilmente viene portato con sé dall'imperatore proprio per prendere contatti con gli ebrei già presenti nella zona, e cercare di avere da loro una collaborazione per cercare di battere il nemico: se tale collaborazione vi fu non sappiamo, sappiamo che se anche vi sia stata non ha portato molto frutto, visto l'esito della battaglia.
Del resto sappiamo, dalla vita di san Nilo da Rossano, che si riferisce ad un'epoca all'incirca contemporanea, che la presenza ebraica in Calabria era un elemento né nuovo né inusuale, ma che aveva un pieno inserimento (relativamente al valore di tale espressione, in un ambiente aspramente antigiudaico, come mostrano le parole di Nilo stesso) nel campo economico e sociale.
Ma ancora una volta, bisogna ammettere che siamo sempre nel campo delle pure ipotesi.

Facciamo un altro salto di circa altri 500 anni, ed arriviamo al 1530, anno in cui fu scritta la Platea di Santo Stefano del Bosco, cioè il "censimento" dei beni posseduti dai certosini di Serra San Bruno, in cui leggiamo testualmente:

Item dictum monasterium tenet et possidet in sui demanio et potestate culturam unam thomolatorum tresdecim cum dimidia, partim riguam et partim costeriam, que cultura est extra tenimentum Arsafie tamen est prope dictum tenimentum in eodem territorio Stili prope flummariam Matrimone, in loco dicto Trovato, confinatam versus occidentem iuxta terram abatie Santi Ioanni Terresti, versus orientem iuxta easdem prefatas terras prefate abatie, versus septemtrionem iuxta terras que fuerunt Iudei, quas ad presens tenent heredes condam Angeli Crista de Monesteraci, ab alio latere, versus septentrionem iuxta terras dicte abatie Santi Ioannis.

Traduco (con qualche difficoltà e varie incertezze, visto il latino corrotto, e con qualche sintesi, per non inserire spiegazioni che sarebbero più lunghe del testo stesso):
La Certosa possiede una coltivazione di tredici tomoli e mezzo, in parte pianeggiante [riguam = irrigua / lungo la riva?] in parte sulla costa, e questa coltivazione si trova fuori dai possedimenti di Arsafia [Santa Maria di Arsafia, importante abbazia tra Guardavalle e Monasterace], tuttavia è vicino a questi possedimenti nello stesso territorio di Stilo [il territorio di Guardavalle faceva parte del Regio demanio di Stilo, e in quegli anni anche Monasterace era disputata dallo stesso Regio demanio, per venirle assegnata, ma non definitivamente, nel 1539] presso la fiumara Matrimone [secondo Cuteri il Vallone San Bernardo, o, ipotizzo io, la fiumara Patella o Fiumarella di Guardavalle?] in un luogo detto Trovato, confinante verso ovest con la terra dell'abbazia di San Giovanni Thirestìs, verso est con le terre di detta abbazia [Arsafia?], verso nord con le terre che furono di un ebreo [nel 1511 gli ebrei erano stati cacciati da tutto il Meridione], attualmente possedute dagli eredi di Angelo Crista di Monasterace, dall'altro lato, verso nord, con le terre dell'abbazia di San Giovanni.

Non sono riuscito ad individuare con esattezza la localizzazione di queste terre, ma si tratta di un luogo tra Monasterace e Guardavalle, probabilmente Monasterace, se l'individuazione di Cuteri della fiumara Matrimone è corretta, probabilmente Guardavalle in caso contrario.
Abbiamo comunque con certezza che nelle nostre zone una terra apparteneva ad una famiglia ebraica, costretta a partire dagli Spagnoli, e che se ne impossessò (per occupazione? con regolare acquisto?) una famiglia di Monasterace.
Due osservazioni a proposito di questo Angelo Crista: Angelo, come nome di forma cristiana, è un nome piuttosto comune tra gli ebrei e tra i convertiti (forzati o meno); Crista potrebbe significare Cresta, ma potrebbe anche essere il "femminile" di Cristo, e bisogna ricordare che molti ebrei convertiti assumevano cognomi come Cristiani, Di Gesù, e simili.
Ricordo anche che a Guardavalle vive ancora una famiglia il cui soprannome è d'a Crista.
La mia ipotesi conclusiva dunque è questa: a Monasterace viveva (almeno) una famiglia ebraica (ma tenendo presenti le abitudini di insediamento degli ebrei e le loro esigenze di culto e di vita, è difficile pensare che fosse davvero una sola), che possedeva un terreno tra Monasterace stesso e Guardavalle; costretta dagli spagnoli a partire, si portò dietro i soldi e i beni mobili che poteva portare, lasciando (in dono o in vendita) i beni immobili, tra cui la terra di cui parla il documento, ad un membro del ramo della famiglia che (forzatamente o liberamente, con convinzione o per interesse) aveva invece abiurato dalla religione dei padri, diventando cristiano.
Volando un po' di fantasia, aggiungerei che il membro della famiglia diventato cristiano fosse una donna (a Crista), e che il fatto fosse avvenuto già da molto tempo, altrimenti non si spiegherebbe come (ammesso che la mia ricostruzione sia vera!) abbiano potuto restare, ed i loro discendenti perpetuarsi fino ad oggi, dal momento che con gli ebrei di fede furono scacciati anche quelli di sangue, nonostante potessero essersi convertiti al cristianesimo.

Nuove tracce ebraiche?

Come dicevo in un precedente post, quest'estate ho avuto il piacere di consultare la tesi sul catasto onciario di Monasterace, presentata da Vincenza Pacicca, la quale mi ha anche messo cortesemente a disposizione le fotocopie del catasto originario.
Mi hanno colpito, tra le altre, tre citazioni.


"Cappella [precedentemente avevo parlato, erroneamente, di altare maggiore] di S. Andrea Avellino e S. Mario martire patroni eretta dentro questa chiesa madre.
Pesi per la celebrazione di una messa bassa la settimana ducati cinque e mezzo, oglio per lampade carlini trentassei, più ad ebrei fatti cristiani, ed altre per garzone miserabili, ed comandantes
[poco leggibile, ma credo sia da intendere come un sinonimo del successivo "su raccomandazione di"] da Monsisgnore Illustrissimo per ogni anno docati quattro circa"

Altre due citazioni si riferiscono, rispettivamente, alla "Chiesa e confraternita di S. Nicola di questa Terra di Monasterace" ed alla "Chiesa e confraternita di S. Caterina di questa Terra di Monasterace":
"paga ad ebrei fatti cristiani ed altre persone miserabili raccomandate da Monsignore Illustrissimo docati quattro"
Trovare la citazione di "ebrei fatti cristiani" ben 200 anni dopo la cacciata degli ebrei dal Mezzogiorno, specialmente in un luogo in cui, a parte le vaghe tracce di cui ho parlato precedentemente, è piuttosto stupefacente.
Aggiungerò che analoghe citazioni si ritrovano ne Il catasto onciario di Placanica, pubblicato dall'ottima professoressa Maria Pia Divino, Arti grafiche, 2002.
Vediamo le varie ipotesi che si possono fare su queste citazioni, e alla fine darò il mio parere personale.

La prima ipotesi è che si tratti di semplici scrocconi che, per avere un piccolo "aiutino", si facevano passare per ebrei, e, con la "conversione", riuscivano ad ottenere questo "premio" che li aiutasse a tirare avanti.
Altra ipotesi è che si trattasse di discendenti di "marrani", o più correttamente "anusim" (nascosti) che, fin dall'epoca angioina, e poi, più numerosi, alla soglia della cacciata del 1511, si erano convertiti per poter rimanere indisturbati nei luoghi che sentivano loro patria; nonostante i secoli passassero, questi convertiti, che continuassero o no a praticare la loro fede, venivano comunque visti come "altri" dalla popolazione cristiana.
Una terza ipotesi è che si tratti di ebrei che, grazie al permesso concesso e presto revocato dallo stesso Carlo III, si erano nuovamente stabiliti in Calabria, e che si "convertono" per poter rimanere, e rimanere in modo "retribuito".
L'ultima ipotesi è che si tratti di veri ebrei, che avevano continuato a osservare la loro fede nascostamente, e abbiano infine deciso (almeno alcuni di loro) di uscire allo scoperto e "farsi cristiani"
Mie riflessioni
Io tendo a sostenere quest'ultima ipotesi, pur non nascondendomi le difficoltà che esistono, e proverò a fornire le mie obiezioni alle altre.
1) Per scroccare non c'era bisogno di fingersi ebrei: in tutte e tre le citazioni questi "ebrei fatti cristiani" stanno insieme ad altri miserabili, indefiniti in due casi, individuate in un "garzone" nel caso della cappella della chiesa matrice; a mio parere non era molto allettante autoconferirsi l'infamante etichetta di "ebrei". Vero è, d'altra parte, che poteva essere meno infamante (ma ne dubito) darsi l'aura di convertiti piuttosto che passare per poveracci; inoltre potrebbe trattarsi di persone abbastanza povere da aver bisogno di un aiuto, ma non abbastanza da ottenerlo senza la gloria di "convertiti". Resta comunque il fatto che io, personalmente, ritengo più sostenibile l'ipotesi che NON si tratti di scrocconi. D'altra parte, mentre è accertato da alcuni studiosi che ci siano stati all'epoca molti finti ebrei convertiti, è anche vero che altri studiosi hanno accertato l'autenticità dell'ebraicità di almeno alcuni di questi convertiti, anche se non di tutti hanno potuto accertare l'autenticità della conversione.
2) Che si tratti di discendenti di antichi convertiti, mi sembra altrettanto poco sostenibile. Sia perché non avevano bisogno di convertirsi, in quanto, come discendenti da convertiti, venivano battezzati e cresimati, e quindi, ricevendo tutti i sacramenti cattolici e praticando, almeno come copertura, i riti cristiani, non avevano bisogno di "farsi" cristiani. Inoltre anche questi cristiani "novelli", guardati con sospetto dalla popolazione e dai governanti, erano stati colpiti dal decreto di espulsione. Di contro, bisogna dire che sono dimostrati alcuni casi di permanenza di alcuni cristiani conversi nonostante l'editto di espulsione. Nonostante ciò, mi sembra anche qui più sostenibile l'ipotesi che NON si tratti di discendenti di antichi convertiti.
3) Il permesso di permanenza da parte di Carlo III fu di durata talmente breve, limitata quantitativamente (una o due città in Calabria) e qualitativamente (commercianti e persone con buone possibilità economiche), e talmente scarse sono le tracce che ebbe effettiva attuazione in Calabria, che anche qui, pur non potendo escludere del tutto, mi sembra più sostenibile l'ipotesi che NON si tratti di ebrei recentemente ritornati, tanto più che, essendo questi di non pessime condizioni economiche, non avevano bisogno di ricevere quella che tutto sommato non era una grossa somma.
4) Da quanto detto, è evidente che a mio parere l'ipotesi più probabile è che possa trattarsi di veri e propri ebrei, che da almeno due secoli avevano continuato segretamente a praticare la loro fede, ed ora, sia perché disillusi dall'ultima revoca di permesso di permanenza, sia perché ridotti in miseria, decidono di "convertirsi" (metto questo termine sempre tra virgolette, perché non si sa quanto questa "conversione" si possa definire autentica e convinta").
Del resto, un inquisitore che fu in Calabria dal 1654 al 1659 annotava che in tutta la provincia di Catanzaro (ne siamo alle soglie, e se avesse visto altre province avrebbe forse potuto fare la stessa osservazione) era piena di ebrei che praticavano segretamente i loro riti.

mercoledì 13 aprile 2016

Altri cognomi a Monasterace

In questa seconda minirassegna di cognomi a Monasterace, è possibile vedere riflessa la complicata storia etnica della Calabria, anche se ancora molti elementi mancano.



Armocida. Cognome antichissimo e tipicamente calabrese (anche nelle forme Armogida, Ermocida, Ermogida), si trova a Monasterace già da vari secoli. Vengono proposte 4 etimologie: lo spagnolo Hermosita (graziosa, carina), poco probabile. Poi ci sono il greco armogē = porzione, parte, mentre il Rohlfs (segnalando la diffusione di questo cognome anche in Grecia) dà armogios = frantoio, quindi lavoratore o proprietario di frantoio; infine un’ultima ipotesi potrebbe essere l’arabo al mujahid, al mujid = guerriero, combattente per il jihad. La mia preferenza va a quest’ultima ipotesi, ma l’autorità nel campo è sicuramente Gerhard Rohlfs.

Belluzzi. A differenza di quanto si potrebbe pensare, non ha nessuna relazione con la bellezza. Come le sue varianti Belluscio, Bellusci, Belluzzo, Bellucci, è invece il cognome di origine arbrësh (albanesi di Calabria) Belush.
Non ne ho trovato il significato, comunque è lo stesso cognome dell’attore John Belushi.

Bressi. Come le sue varianti Bressa, Brescia e Bresci, non ha nessuna relazione con la città di Brescia (almeno nelle famiglie di origine calabresi).
Anche questo, come il precedente, è di origine albanese, e deriva proprio dal nome Arbrësh con cui si autodefiniscono gli albanesi di Calabria e del Meridione d’Italia.

Cimino. Coltivatore o commerciante di cumino, un’erba aromatica impiegata in cucina. Viene dall’arabo kamun, (a sua volta dal sumero gamun) attraverso il greco kyminon. Probabilmente poi è stato “riesportato” in Grecia, dal momento che a Salonicco è un cognome di famiglie ebraiche, con la forma Tzimino, dal momento che la c dolce italiana viene translata come tz in greco. Quindi è possibile che qualche ramo della famiglia Cimino abbia origine da qualche antenato ebreo impegnato in questo commercio, ed i cui discendenti in parte si convertirono e in parte fuggirono in Grecia nel XVI, quando gli ebrei furono cacciati dal Sud Italia.

Diano. Come per le sue varianti Diana e Tiano, normalmente lo si attribuisce al nome della dea romana, alla stella diana, la stella del mattino, o, infine al nome calabrese del tegame, tiana. Non è però da escludere anche per questo cognome un’origine ebraica, variante locale del siciliano Dieni. Potrebbe derivare dall’ebraico dayan, che indica un giudice della comunità. Come di Diano è segnalato come cognome di un medico ebreo calabrese nel XV secolo; inoltre è citato come cognome ebraico in Tunisia nella forma Diano, una famiglia Diahn ebraica esisteva in Inghilterra, ed il cognome Tiano è diffuso, sempre come cognome ebraico, a Salonicco.

Lanzetta. E restiamo nel campo medico. La lancetta (piccola lancia) era lo strumento acuminato che veniva usato per effettuare salassi da parte di barbieri, cavadenti e medici. Era lo strumento che per eccellenza individuava il medico, al punto che tuttora la maggiore rivista medica inglese (ed una delle più importanti del mondo) si chiama The Lancet. Inutile dire la professione di un qualche antenato (anche in tempi recenti) di chi porta questo cognome.

Lombardo. Se può indicare una generica origine lombarda, qui in Calabria ha probabilmente una origine più specifica. Infatti era cognome diffuso tra i valdesi di Guardia Piemontese e dintorni, ai quali veniva attribuita una generica origine dal Nord Italia, noto anche per estensione come Langobardia prima e Lombardia dopo, al punto che Guardia Piemontese si chiamava originariamente Guardia Lombarda. Con la strage dei valdesi nel XVI secolo, questi furono costretti alla conversione (o alla pratica clandestina della loro fede) o alla fuga.

Luly, anche nella forma Lulì. La ricerca su questo cognome è stata estremamente difficile. Il Rohlfs si limita a citarlo, dicendo che è cognome diffuso anche in Grecia, dove ho scoperto anche esistere la cittadina chiamata Loulos. A mio parere potrebbe avere il significato di fiore, come il greco moderno louloudi, probabilmente diminutivo del precedente loulos, con lo stesso significato.

Raco. Presente anche nella forma Racco, è un cognome tipico della Locride, e, come Di Raco, Rago, Rao è diffuso in tutta la Calabria. Anche questo è cognome di origine greca, ma, mentre di Luly sono riuscito a trovare a fatica una possibile etimologia, di questo ne ho trovate anche troppe, tutte derivanti dal greco rachos. Un significato possibile è straccio, ed un altro ancora dorsale di collina. Ma quello che è più probabile (anche secondo le indicazioni del Rohlfs) è il nome di un arbusto duro e spinoso, che per estensione è passato a significare un bastone duro e aguzzo ed infine l’erpice, la parte dell’aratro che si configge nel terreno per smuoverla. Può quindi avere origine o da un antenato contadino oppure da uno caparbio e tenace, magari anche testardo, ma che non si arresta davanti agli ostacoli. Un buon cognome per un giornalista!

Spanò. Anche questo deriva da un termine greco, esattamente spanòs, che significa imberbe, sbarbato. Probabilmente da un antenato con questa caratteristica fisica in una società in cui portare la barba era abituale.