mercoledì 13 aprile 2016

Altri cognomi a Monasterace

In questa seconda minirassegna di cognomi a Monasterace, è possibile vedere riflessa la complicata storia etnica della Calabria, anche se ancora molti elementi mancano.



Armocida. Cognome antichissimo e tipicamente calabrese (anche nelle forme Armogida, Ermocida, Ermogida), si trova a Monasterace già da vari secoli. Vengono proposte 4 etimologie: lo spagnolo Hermosita (graziosa, carina), poco probabile. Poi ci sono il greco armogē = porzione, parte, mentre il Rohlfs (segnalando la diffusione di questo cognome anche in Grecia) dà armogios = frantoio, quindi lavoratore o proprietario di frantoio; infine un’ultima ipotesi potrebbe essere l’arabo al mujahid, al mujid = guerriero, combattente per il jihad. La mia preferenza va a quest’ultima ipotesi, ma l’autorità nel campo è sicuramente Gerhard Rohlfs.

Belluzzi. A differenza di quanto si potrebbe pensare, non ha nessuna relazione con la bellezza. Come le sue varianti Belluscio, Bellusci, Belluzzo, Bellucci, è invece il cognome di origine arbrësh (albanesi di Calabria) Belush.
Non ne ho trovato il significato, comunque è lo stesso cognome dell’attore John Belushi.

Bressi. Come le sue varianti Bressa, Brescia e Bresci, non ha nessuna relazione con la città di Brescia (almeno nelle famiglie di origine calabresi).
Anche questo, come il precedente, è di origine albanese, e deriva proprio dal nome Arbrësh con cui si autodefiniscono gli albanesi di Calabria e del Meridione d’Italia.

Cimino. Coltivatore o commerciante di cumino, un’erba aromatica impiegata in cucina. Viene dall’arabo kamun, (a sua volta dal sumero gamun) attraverso il greco kyminon. Probabilmente poi è stato “riesportato” in Grecia, dal momento che a Salonicco è un cognome di famiglie ebraiche, con la forma Tzimino, dal momento che la c dolce italiana viene translata come tz in greco. Quindi è possibile che qualche ramo della famiglia Cimino abbia origine da qualche antenato ebreo impegnato in questo commercio, ed i cui discendenti in parte si convertirono e in parte fuggirono in Grecia nel XVI, quando gli ebrei furono cacciati dal Sud Italia.

Diano. Come per le sue varianti Diana e Tiano, normalmente lo si attribuisce al nome della dea romana, alla stella diana, la stella del mattino, o, infine al nome calabrese del tegame, tiana. Non è però da escludere anche per questo cognome un’origine ebraica, variante locale del siciliano Dieni. Potrebbe derivare dall’ebraico dayan, che indica un giudice della comunità. Come di Diano è segnalato come cognome di un medico ebreo calabrese nel XV secolo; inoltre è citato come cognome ebraico in Tunisia nella forma Diano, una famiglia Diahn ebraica esisteva in Inghilterra, ed il cognome Tiano è diffuso, sempre come cognome ebraico, a Salonicco.

Lanzetta. E restiamo nel campo medico. La lancetta (piccola lancia) era lo strumento acuminato che veniva usato per effettuare salassi da parte di barbieri, cavadenti e medici. Era lo strumento che per eccellenza individuava il medico, al punto che tuttora la maggiore rivista medica inglese (ed una delle più importanti del mondo) si chiama The Lancet. Inutile dire la professione di un qualche antenato (anche in tempi recenti) di chi porta questo cognome.

Lombardo. Se può indicare una generica origine lombarda, qui in Calabria ha probabilmente una origine più specifica. Infatti era cognome diffuso tra i valdesi di Guardia Piemontese e dintorni, ai quali veniva attribuita una generica origine dal Nord Italia, noto anche per estensione come Langobardia prima e Lombardia dopo, al punto che Guardia Piemontese si chiamava originariamente Guardia Lombarda. Con la strage dei valdesi nel XVI secolo, questi furono costretti alla conversione (o alla pratica clandestina della loro fede) o alla fuga.

Luly, anche nella forma Lulì. La ricerca su questo cognome è stata estremamente difficile. Il Rohlfs si limita a citarlo, dicendo che è cognome diffuso anche in Grecia, dove ho scoperto anche esistere la cittadina chiamata Loulos. A mio parere potrebbe avere il significato di fiore, come il greco moderno louloudi, probabilmente diminutivo del precedente loulos, con lo stesso significato.

Raco. Presente anche nella forma Racco, è un cognome tipico della Locride, e, come Di Raco, Rago, Rao è diffuso in tutta la Calabria. Anche questo è cognome di origine greca, ma, mentre di Luly sono riuscito a trovare a fatica una possibile etimologia, di questo ne ho trovate anche troppe, tutte derivanti dal greco rachos. Un significato possibile è straccio, ed un altro ancora dorsale di collina. Ma quello che è più probabile (anche secondo le indicazioni del Rohlfs) è il nome di un arbusto duro e spinoso, che per estensione è passato a significare un bastone duro e aguzzo ed infine l’erpice, la parte dell’aratro che si configge nel terreno per smuoverla. Può quindi avere origine o da un antenato contadino oppure da uno caparbio e tenace, magari anche testardo, ma che non si arresta davanti agli ostacoli. Un buon cognome per un giornalista!

Spanò. Anche questo deriva da un termine greco, esattamente spanòs, che significa imberbe, sbarbato. Probabilmente da un antenato con questa caratteristica fisica in una società in cui portare la barba era abituale.

Qualche cognome di Monasterace

Inizio qui un piccolo excursus su cognomi presenti a Monasterace. Per questa prima parte prendo spunto dai cognomi dei miei amici di Facebook.


Bumbaca. Dal greco bombyx, che indica il baco da seta. Il cognome (come tutti quelli derivanti dal greco) è molto antico, e chiaramente indica un antenato impegnato nell’allevamento dei bachi da seta, o genericamente nel commercio o nella lavorazione della seta, attività molto diffusa nelle nostre terre, dove conobbe un primo decadimento alla cacciata degli ebrei (detentori del commercio) nel XVI secolo, e poi nel XX secolo, con l’introduzione dei tessuti sintetici, se ne ebbe il crollo finale.

Ciccia. Cognome piuttosto recente. Ha origine da una qualche antenata di nome Francesca, di cui Ciccia (come il maschile Ciccio) è il diminutivo. È testimonianza (a meno che non si tratti di una madre nubile!) di una certa “matrilinearità” presente nel nostro territorio, in cui spesso i soprannomi (ed i cognomi non sono altro che dei soprannomi più antichi) si tramandano per via materna .

Comito. Dal latino comes, comitis (compagno, amico, socio). Ha origine dopo la latinizzazione dei nostri territori, iniziata intorno al 1060 con la conquista normanna. Dallo stesso termine latino deriva l’italiano “conte”, per cui il cognome può indicare un antenato affabile, amichevole, come pure una qualche relazione (parentela? servitù?) con una nobile famiglia, sebbene dalle nostre parti siano presenti marchesi e baroni (e si ebbe il titolo di Monasterace anche come ducato e principato), ma non mi risultano conti. Ad ogni modo si tratta di un cognome presente a Monasterace da almeno 300 anni, come risulta da molte fonti archivistiche.

Cosentino. È uno dei molti nomi derivanti da luoghi, ed indica chiaramente un antenato proveniente da Cosenza o dalla sua provincia. Si tratta di uno dei cognomi più diffusi in Calabria, ed in genere piuttosto comune in tutto il Meridione.

Fraietta. Non sono riuscito a trovare nessuna etimologia certa del mio cognome. Propendo per l’ipotesi che derivi dal francese fauvette (falvette) (giallina), da cui è derivato il napoletano falavetta e, forse attraverso questo, il calabrese fravetta, che indica varie specie di uccelli, in particolare il beccafico. La diffusione di francesismi nel nostro territorio è cominciata presumibilmente dopo il 1200, con la conquista angioina.

Pisano. Il significato è piuttosto chiaro. Ma che c’entra Pisa con la Calabria? Probabilmente si tratta di qualcuno che giunse dalle nostre parti dopo il 1511 o il 1541, quando ci furono le due cacciate (di cui la seconda definitiva) degli ebrei, e a sostituirli come banchieri e prestatori di denaro giunsero “cristiani” da varie parti d’Italia, in particolare dalla Toscana. La stessa origine hanno probabilmente cognomi come Fiorenza, Senise, Toscano (sebbene quest’ultimo sia attestato anche come cognome ebraico). Una variante è il cognome Pisanò, che ugualmente indica un abitante di Pisa, ma giunto fin qui in tempi molto più antichi, quando ancora si parlava il greco.

Scrivo. Probabilmente dal latino scriba, cioè scrittore, scrivano. Quindi da un antenato di una certa cultura. Potrebbe anche essere una traduzione dall’ebraico sofer, con lo stesso significato, ma in più indicante uno studioso e interprete della Torah (gli scribi vengono nominati, con connotazione generalmente negativa, anche nel Vangelo.

Sotira. Dal greco sotēr, salvatore. Anche questo è un cognome antico, essendo di origine greca. L’origine potrebbe essere la più varia, come in tutti i cognomi e soprannomi: da un nomignolo scherzoso (da presa in giro), ad un antenato autore di qualche impresa eroica, ad una origine sacrale, come a dire Di Gesù, o da un nome proprio corrispondente all’italiano Salvatore.

Taverniti. Abitante di Taverna, cittadina nel Catanzarese, patria del pittore Mattia Preti, detto il Cavalier calabrese.
Nome misto latino-greco, in cui Taverna deriva dal latino taberna, con il suffisso geografico -itēs, che, con il più comune -otu, sempre di origine greca, indica provenienza da un luogo.

A parrata nostrana: I palori d'o latinu, vidimu mejju

Ampliamo ora la casistica.

A1) Si tratta della maggioranza delle parole, per cui ne indicherò solo alcuni che hanno avuto esiti particolarmente diversi, dovuti ai fenomeni fonetici (qui e in seguito indico latino con l., italiano con i., monasteracioto con m.).
L. bove - I. bue - M. voi (l’inusuale o al posto dell’italiano u, è dovuto alla fase italiana intermedia buoe);
L. sipia - I. seppia - M. siccia;
L. plenu - I. pieno - M. cjinu;
L. panariu - I. paniere - M. panaru (in realtà l’italiano non è originario, ma viene dal francese panier);
L. mediu - I. mezzo - M. menzu;
L. mittere - I. mettere - M. mentira;
L. persicu/a - I. pesca - M. pèrsicu;
L. umbilicu - I. ombelico - M. vidicu;
L. capsa/capsea - I. cassa - M. cascia (qui le due lingue hanno “scelto” un etimo leggermente diverso).
La casistica potrebbe continuare molto a lungo, ma quanto detto mi sembra sufficiente per dare un’idea.

Un caso leggermente diverso è quello che, soprattutto nel m., ha portato all’unificazione di radici diverse:
L. votare/voltare - I. votare/voltare - M. votara;
L. confortare/comportare - I. confortare/comportare - M. cumportara;
L. nasci/exire - I. nascere/uscire - M. nescira;

Analogo è il caso di una stessa radice che dà origine a due termini diversi:
L. estraniu (extraneus) - I. strano/estraneo - M. stranu;
L. dulce - I. dolce - M. aduci/durci (ma mentre durci deriva dal latino, durci è un’importazione italiana);
L. dirictu - I. dritto/diritto - M. dorittu/dirittu (anche qui il secondo termine, se non mediato dall’italiano è comunque di origine più “alta”);
L. fabula - I. fiaba/favola - M. fàvula (sebbene non sia esattamente un termina autoctono);

Esattamente contrario è il caso di due radici che per fenomeni storico-fonetici, danno esiti uguali:
L. escalciu/scarsu - I. scalzo/scarso - M. scarsu, L. esfoliare/espoliare - I. sfogliare/spogliare M. spojjara.


A2) Sono i termini che, pur derivando da una comune radice, hanno significati parzialmente diversi:
L. menare - I. menare (picchiare e portare, detto di una strada) - M. minara (picchiare e tirare);
L. girare (dal greco gyros) - I. girare - M. girara (significa anche cercare, anche se è più comune girijara);
L. levare - I. levare - M. levara (togliere, ma soprattutto alzare);
L. tornare - I. tornare - M. tornara (anche restituire);
L. debere - I. dovere (essere debitori ed essere costretti) - M. divira (solo nel senso di dovere dei soldi);
L. contare - I. contare - M. cuntara (contare e raccontare);
L. curiosu - I. curioso - M. curjusu (curioso e strano).

A3) L. devacare - I. divagare - M. divacara (versare, di liquidi);
L. pulitu - I. pulito - M. pulito (bello);
L. agreste- I. agreste - M. agresta (acerbo);
L. accoppare - I. accoppare - M. accoppara (coprire);
L. angustiare - I. angosciare - M. nguscijara (gemere);
L. jungere - I. giungere - M. gungira (unire);
L. ampliare - I. ampliare - M. lancjara (stendere i panni);

B) Moltissimi sono i termini latini che hanno dato origine a parole italiane, e invece non sono presenti nel monasteracioto: prendere, correre, salire, collina, sasso, veloce, tra… e non è che una piccola selezione

C) Meno numerosi sono i termini latini che non trovano un corrispondente in italiano: tandu (tamdiu) = allora, accia (apia) = sedano, docu (illoc) = costì, cunnu (cunnu) = vagina, jjòmmaru (glomeru) = gomitolo, ecc.

A parrata nostrana: I palori d'o latinu

Etimologia
Comincio qui una breve serie di post dedicati all’origine del vocabolario della nostra parlata.
È vero che in gran parte le parole monasteraciote derivano dal latino, e molte altre dall’italiano (che a loro volta hanno origine dal latino, dal greco, dal francese e altro ancora), ma abbiamo anche una forte presenza di termini di origine, in primis, greca, ma anche araba, francese, e così via.

Latino e italiano
Come in italiano, gran parte delle nostre parole derivano dal latino (con le ovvie diverse evoluzioni fonetiche), ma tra le due lingue ci sono notevoli differenze.
Alcune parole (la maggior parte) hanno una comune origine, mentre alcune radici latine sono state utilizzate dall’italiano e non nel monasteracioto, altre esattamente il contrario.

Prendiamo come esempio il verbo andare:
A) il latino vadere ha originato sia in italiano che in monasteracioto alcune persone del verbo andare: io vado / eu vaju; essi vanno / idi vannu, ecc.
B) il latino ambitare ha originato in italiano andare, andava, ecc., mentre non ha avuto nessuno sviluppo nel monasteracioto;
C) il latino ire ha originato in monasteracioto jira, jia, ecc., mentre non ha avuto nessuno sviluppo nell’italiano.

A complicare le cose, anche nel caso A) ci sono delle differenze: alcuni termini hanno uno stesso significato, mentre altre hanno un arco semantico parzialmente o totalmente diverso.
Facciamo qualche esempio:
A1) Parole utilizzate dalle due lingue con uguale significato: il latino videre ha dato in italiano vedere, da noi vidira, ed il significato è identico;
A2) Parole utilizzate con arco semantico diverso: il latino colligere ha dato origine all’italiano cogliere e al monasteracioto cojjira, in entrambi i casi si ha il significato raccogliere, ma da noi il termine ha anche il significato di colpire (nci minau na petra e u cojjiu nte’ l’occju);
A3) Parole utilizzate con significato diverso: il latino plicare ha originato in italiano piegare, da noi cjicara, che significa raggiungere.

A parrata nostrana: palori francisi, spagnoli e germanesi

Termini di origine francese
La Calabria, come tutto il Mezzogiorno continentale, ha avuto due periodi di dominazione francese, il primo con i Normanni (che pur non essendo d'origine scandinava erano ormai completamente francesizzati) nei secoli XI-XI, e poco dopo, dal 1266 al 1442, con la casata d'Angiò.
Come è ovvio aspettarsi, questi lunghi secoli di dominazione hanno lasciato alcune tracce anche nel campo linguistico.
Vediamo quali parole sono rimaste, con l'avvertenza che si tratta per lo più di parole ormai in via d'estinzione, se non completamente perse.

Le parole, se non indicato altrimenti sono prese dal fondamentale Dizionario dialettale della Calabria dell'insuperabile Gerhard Rohlfs.
Custureri = sarto (fr. couturier);
Gucceri, gucciria = macellaio, macelleria (fr. boucher, boucherie):
Ttacci = chiodi che si mettevano sotto le scarpe per non consumare le suole (fr. attache)
Cciappi = pietre piatte (fr. echappe): ricordo che da piccolo giocavo sulla spiaggia con questo tipo di pietre ad un gioco simile alle bocce;
Accattara = comprare (fr. acheter);
Adumara = accendere (fr. allumer);
Nduja = tipo di salume (fr. andouille), che dalle nostre parti, a differenza della ormai famosa nduja del Tirreno, era fatto con budella e altri residui di carne di maiale, come la lingua;
Brocca = forchetta (fr. broche);
Cervedu = capretto (fr. chevrelle);
Lumera = lucerna (fr. lumière, luce);
Ammucciara = nascondere (fr. mucher);
Munsedu = mucchio (fr. moncel, monticello);
Racina = uva (fr. racine);
Perciara = bucare (fr. percher);
Viatu = subito (fr. viaz, immediatamente);
Mangiasuni = prurito (fr. mangesoin);
Giugnettu = luglio (fr. juignet);
Gujja = ago (fr. agouille);
Vocali = boccale (fr. bocal; la c semplice, mentre le nostre parlate privilegiano di solito le doppie, mi fa sospettare un'origine francese piuttosto che latina o italiana);
Mpurrira, mpurrutu = marcire, marcio (fr. pourrir, pourri, come in pot pourri).
Proviene probabilmente dal francese il saltuario uso del suffisso -uni come diminutivo, a differenza dell'italiano che lo usa sempre come accrescitivo: scaluni (scalino, gradino); timpuni (da timpa, piccola collina).
Altri termini, sempre indicati dal Rohlfs, mi sembra possano avere una origine francese indiretta, mediata dal napoletano:
Buffetta = tavolo (fr. bouffet);
Buatta = scatola di latta (fr. boite);Tirabusciò = cavatappi (fr. tire-bouchon);
Tuppu = crocchia di capelli (fr. toupet).

Una parola non presente nel Rohlfs è scarfara (riscaldare), che potrebbe venire dal francese chauffer; un'altra parola è malatia, in cui la presenza della consonante semplice rispetto all'italiano malattia, mi fa pensare ad un'origine dal francese maladie.

Una parola che il Rohlfs presenta come di origine francese è
avantjeri (l'altro ieri, ier l'altro), ma personalmente non escludo che si tratti di una evoluzione autonoma, casualmente coincidente con il francese avant hier, come vedremo ipotizzerà per lo spagnolo.

Una possibile origine francese, ma non escludo uno sviluppo autonomo, potrebbe essere l'uso di ca come particella interrogativa o esclamativa (analogamente al francese regionale que): Ca tu eri? = eri tu? - Ca vegnu e' ti minu = vengo e ti picchio.

Termini di origine spagnola
A dispetto della lunga dominazione spagnola, relativamente sono i termini che nella nostra parlata hanno origine da questa lingua, anche considerata la difficoltà di distinguere i termini che, come propone il Rohlfs, hanno avuto una origine autonoma con risultati simili, vista la vicinanza dell'evoluzione dal latino delle parlate italiane e spagnole: tenira (sp. tener, con il significato di avere); cjicara (sp. llegar, dal latino plicare, raggiungere); levara (sp. llevar, portar via, oltre che come in italiano togliere).

Eccone alcune che hanno una sicura origine spagnola.
Talijara = guardare (sp. atalayar = montare la guardia);
Ritranga = fascia per legare il basto all'asino (sp. retranca);
Ntroppiccara, attroppicara = inciampare (sp. atropezar);
Atturrara = tostare (dal catalano torrar).

Alcune parole non sono indicate dal Rohlfs, ma mi sembra ci siano pochi dubbi sulla loro origine:
Stricara = strofinare (sp. estregar);
Canijara = infastidire (sp. bastonare);
Arrobara = rubare (sp. arrobar);
Carrijara = trasportare (sp. carrear, carrejar);
Cusira = cucire (sp. coser);
Làgrima = lacrima (sp. làgrima).

Non so poi se i nomi della settimana da lunedì a giovedì (
luni, marti, mèrcuri, jovi) vengano direttamente dai latini lunae, martis, mercurii, iovis (caduto il termine dies) o dagli spagnoli lunes, martes, mièrcoles, jueves; l'accentazione di mercoledì mi farebbe propendere per una origine spagnola, ma ovviamente è un parere da ignorante.

La particella interrogativa-esclamativa I viene da alcuni fatta derivare dallo spagnolo y (la congiunzione e); personalmente non mi convince molto, potrebbe essere il greco η (la congiunzione o, analogamente all'uso toscano "o che tu fai" = "i chi' fai?").
Francese o spagnolo?
Accanto alla difficoltà di distinguere uno sviluppo autonomo dal latino da importazioni spagnole, esiste una difficolta ad individuare importazioni francesi o spagnole, visti gli sviluppi analoghi di alcuni suoni latini che le due lingue hanno avuto.

Al francese semaine Rohlfs attribuisce l'origine di simana (settimana), ma mi sembra più probabile presupporre lo spagnolo semana.

Alcune parole che il Rohlfs non tratta, mi sembra che abbiano la possibilità di venirci da una di queste lingue.
Caminara = camminare (fr. cheminer; sp. caminar);
Asu = asso (fr. e sp. as);
Cammisa = camicia (fr. chemise; sp. camisa);
Ripentira = pentire (fr. e sp. repentir);
Dubrara = raddoppiare (fr. doubler; sp. doblar);
Cuverta = coperta (fr. couvert; sp. cubierto = coperto).
Termini di origine germanica
Molto rari in tutta la Calabria (rari anche in quella più settentrionale che ha avuto la dominazione longobarda), il Rohlfs ne indica solo uno che appartiene alle nostre parlate, e cioè
faccetta (ascia) che però è venuta attraverso il francese hache.
Di possibile origine germanica è anche
scjocca (grappolo di fiori o di frutti, fichi infilzati in canne).
In realtà i termini di origine germanica non mancano nella nostra parlata, ma provengono (quasi sicuramente) dall'italiano:
guerra, guantu, guardara, vanda (parte, posto), farda (coi derivati fardali = grembiule, fascia, lembo, e mpardara = fasciare, rimboccare), e altri ancora.

martedì 12 aprile 2016

I nomi di Monasterace (V: Monte Arachi - Monasterace)

Cartina della Calabria (1562)da http://www.calabria.org.uk
MONTE ARACHI - MONTE STORACE
Da un po’ di tempo, in moltissimi siti che parlano di Monasterace, compare, tra gli antichi nomi che il paese avrebbe avuto, Monte Storace, ed in quasi tutti Monte Arachi.
Ebbene, posso comunicare ufficialmente che Monasterace non ha MAI avuto questi nomi.
Tutto nasce da alcune cartine antiche che riportano il nome M .Arachi o M. Storace (interpretato dai commentatori come M[onte] Arachi e M[onte] Storace, e quindi, con fantasiose etimologie, “Monte dei legumi” o “Monte del frumento”).
In realtà, i due nomi andrebbero svolti rispettivamente come M[onaster]achi e M[ona]storace.
Bisogna considerare che i cartografi, nella maggior parte dei casi, non si recavano personalmente nei posti (o almeno non in tutti!), e si affidavano a cartine precedenti, a letture di testi descrittivi, a racconti di viaggiatori, ecc., e poi usavano molte sigle e abbreviazioni, che quindi venivano variamente interpretate, con numerosi errori sia di nomi che di localizzazioni.
Provate ad ingrandire la cartina che allego qui: vedrete molte cose interessanti.
M. Arachi si trova a sud di Severano (Soverato), a sud-est di Badoato (Badolato), che si trova quasi a metà strada tra Ionio e Tirreno, e molto a nord di C. Stillo (Punta Stilo), che sta molto a sud di Girasi (Gerace)!

Parliamo di un periodo che risale al 1500-1700, da parte di autori che non sono stati personalmente da noi: prendiamo alcuni esempi di tempi più recenti, da autori che invece ci sono stati , e vedremo quanto facilmente fosse possibile commettere errori da parte di “stranieri”.
Ai primi del 1800, il viaggiatore francese Philippe-Paul de Ségur, chiama il nostro paese Monasteraccio.
Dopo l’unità d’Italia (o l’annessione del Regno del Sud, come sostengono altri) furono inviati dappertutto cartografi e geografi per stilare nuove cartine, e vennero anche da noi, e la collina che nella parlata locale era u Terzinali, la chiamarono Arsenale.
Ai primi del 1900, il paleontologo Giuseppe Seguenza, che effettuò varie ricerche nel nostro territorio [prima o poi daremo conto delle ricerche geologiche e paleontologiche a Monasterace], chiamò monosteracensis una varietà fossile da lui rinvenuta.
Del resto, basta fare una rapida ricerca su Google (meglio ancora su Google libri), mettendo “monesterace”, “monisterace”, ecc., per vedere quante varianti risultano.
Per alcune si tratta di semplici errori di digitazione, ma per lo più (specialmente i risultati in Google libri) corrispondono a diverse “interpretazioni” del nome del paese, nomi che in realtà non ha mai avuto!
L’unico interesse del nome M.Arachi è quello linguistico: ammesso che corrisponda ad una pronuncia reale, rivela come fino a tempi relativamente recenti si conservasse la pronuncia dura del K del termine greco Monastiraki.

MONASTERACE
Soltanto nell'era moderna abbiamo finalmente la menzione di Monasterace, dal greco (non dimentichiamo che fino a tutto il Medioevo dalle nostre parti si parlava il greco e si officiava il rito greco-ortodosso) Monastiraki, che significa “piccolo monastero”, proprio come altri 11 paesi greci e come il quartiere turistico di Atene.
Se questo nome sia dovuto all’antico e distrutto monastero di Sant’Eufemia o al monastero dei Cavalieri di Rodi (to Rodianò Monastiraki) o a qualche altro ignoto monastero (il De Riso aggiunge l'influenza del cognome di una delle prime famiglie feudatarie, i Monaco), non è dato saperlo: troppo pochi sono i documenti che abbiamo.
Da Monastiraki si passo col tempo a Monastaraci, in seguito a fenomeni fonetici tipici nella nostra parlata: l’addolcimento della C dura davanti a E/I, e la pronuncia A di vocali non accentate (un esempio per tutti, la parola greca keramidi, diventata da noi ciaramida).
Le più antiche menzioni che ho trovato, sono nella Platea del monastero di Santo Stefano del bosco (la Certosa di Serra San Bruno) degli anni 30 del XVI secolo (quindi ben prima della cartina in cui compare come M. Arachi!), dove compare una volta come Monesterace (ma si tratta di un cognome) e una volta come Monasteracius, per il resto si alternano le forme Monesteracis e Monesteracius.
La prima volta in cui compare la forma attuale, Monasterace, è un documento del 10 ottobre 1554, citato nel Regesto vaticano per la Calabria di Francesco Russo.

Conclusioni
In questo excursus abbiamo visto che molte sono le ipotesi circa il nome che il nostro territorio ha avuto nel tempo, ma tra i tanti solo di due abbiamo la certezza: Kaulonia e Monasterace.
Per il resto, abbiamo solo ipotesi più o meno plausibili: non sappiamo neanche con certezza se tra Kaulonia e Monasterace ci sia stata una continuazione di insediamento, né quando sia nato l'insediamento attuale.
Una proposta: visto che ora è consentito dalla legge, quando si dovranno (prima o poi) rifare i cartelli posti all’inizio del paese, perché non affiancare alla versione italiana anche quella della nostra parlata?
Dobbiamo imparare a rivalutare la nostra cultura, e la parlata innanzi tutto: non dimentichiamo che una lingua è solo un dialetto fortunato, e un dialetto è una lingua sfortunata!

I nomi di Monasterace (IV: Stilida - Rubiano)

STILIDA
Nella cartografia tardo-imperiale romana, dove solo poco prima era indicata Caulon (ormai decaduta a semplice statio, o forse no? mi sembra che le più recenti ricerche archeologiche confortino l’ipotesi di una città non certo fiorente, ma nemmeno completamente abbandonata), compare il nome di Stilida.
Si tratta di un nome che trova numerosi corrispondenti in Grecia, e che origina dal termine greco stylos, cioè colonna, significando quindi “luogo delle colonne” o “luogo della colonna”, senz’altro in riferimento alle colonne del tempio dorico, probabilmente l’unica cosa rimasta dell’antica Kaulonia.
Secondo gli studiosi, questo nome migrò, insieme agli abitanti in fuga davanti all’impaludamento delle zone costiere, alle pendici del monte Consolino, trasformandosi poi in Stilo. Queste migrazioni di nomi, insieme alle popolazioni, non erano affatto rare, e per quanto ci riguarda ne abbiamo altri due esempi: la Caulonia fondata in Sicilia quando i kauloniati vi furono deportati da Dionisio I, e Ribusa/Rigusa, che era il nome della contrada in cui sorgeva la chiesa di San Marco, che dà il nome al Palio di Ribusa; per non parlare del nome della Calabria stessa, che prima indicava il Salento, finché, con la fuga dei bizantini e degli abitanti davanti ai longobardi, non divenne il nome dell’antico Bruzio.
Visto che non costa niente, io mi permetto di affiancare due ipotesi alternative, e cioè che in realtà il nome abbia potuto prima appartenere a Monasterace Superiore (anche se ammettiamo che non fosse la Mystia/Myria distrutta dalle incursioni corsare, gli abitanti della vecchia Caulon/Stilida avranno pur avuto le loro terre da coltivare, e mi lascia perplesso che siano fuggiti direttamente così lontano), e solo in un secondo tempo, col peggiorare della situazione, si siano trasferiti, armi, bagagli e nomi, verso l’attuale Stilo. La seconda alternativa è che Stilida e Stilo siano due luoghi diversi che abbiano convissuto, e la seconda, quasi interpretando Stilida come “piccola colonna”, ormai accresciuta, abbia riservato a sé il nome di Stilo, “colonna”. Fantastoria? fantarchelogia? Possibilissimo, ma concedetemi l’umiltà di suggerirlo unicamente come ipotesi assolutamente personale.
Per maggiori informazioni sulla questione Stilida/Stilo, consiglio di far riferimento all’ottimo lavoro di Francesco Cuteri e Maria Teresa Iannelli Da Stilida a Stilo.Prime annotazioni su forme e sequenze insediative in un'area campione calabrese contenuto negli Atti del II Congresso Nazionale di Archeologia Medievale. (Brescia, 28 settembre-1 ottobre 2000) delle Edizioni All'insegna del giglio.
Nella foto,
i resti dell'antica chiesetta di San Marco,

sita presso la statio di Caulon/Stilida,
in territorio pertinente a Rubiano.

RUBIANO - RODIANO (Robbiano, Rudiano, Rudieno)
Mentre i nomi precedenti si succedevano tra di loro nell’arco di un tempo relativamente breve (a parte il mitico e forse mai esistito Clete), con questo facciamo ora un salto di secoli, e dalla tarda era imperiale romana arriviamo nella Calabria normanna, se non oltre.
I secoli bui del Medioevo, seppure sia ormai certo che non siano stati così bui come si è voluto vederli, certo in Calabria non risplendono per abbondanza di documenti, e in questo arco di tempo nulla sappiamo di Monasterace o ciò che ne occupasse la sede.
Il nome compare nelle biografie di San Giovanni Theristìs, dove si dice che apparteneva all’odierna Monasterace, in cui erano insediati i Cavalieri di Malta, già di Rodi, e proprio da loro prendesse nome.
Date le minime fonti che riportano questo nome, mi permetto anche qui di affacciare la mia ipotesi personale, e cioè che in realtà, seppure Monasterace abbia avuto questo nome, lo abbia conservato per pochissimo tempo, e che fosse in realtà un aggettivo, qualcosa come “to Rodianò Monastiraki” = “il piccolo monastero dei Cavalieri di Rodi”, usato alternativamente con il sostantivo, che alla fine prevalse.
Una piccolo notazione fonetico-linguistica. Come si spiega l’alternanza B/D di Rubiano/Rodiano? È possibile che nella pronuncia locale suonasse Rujanu (o Rojanò), dal momento che possiamo vedere che nel greco moderno a volte “di+vocale” è diventato “j” (come nella preposizione “dià” divenuta “ja”, come il latino “bl/bi+vocale” diventava facilmente “j” (blancu = jancu). Quindi, dovendo “ritradurre” Rujanu, lo scrittore può aver scelto alternativamente Rodiano o Rubiano.
Ma questa, me ne rendo conto, è una ipotesi ancora più personale, e soprattutto più inutile...