“La storia di un «giudice ragazzino»di prima nomina nella Locride. Un Far West dove la legge non scritta della criminalità organizzata sembra valere più di quella dello Stato.E dove è faticoso, spesso impossibile, districarsi con le sole armi dei codici e dell'investigazione. Ma questo non basta ad arrendersi”.Dialoga con l’autore:
Mimmo Gangemi, scrittore
Sabato 8 maggio 2010 - ore 18.30
Museo Archeologico - via Nazionale Jonica, Monasterace
Le parole del procuratore ci annunciavano che stavamo per scendere in guerra. Con pochi uomini, poche risorse, pochi mezzi, nessuna possibilità di vittoria. Ci descrivevano un nemico sotto casa, gente che si incontra al bar, un lavoro molto diverso da quello che si fa in altre procure italiane.
Il procuratore diceva frasi solenni, le sue erano parole allarmanti, eppure il tono che usava era ordinario, non aveva nessuna concitazione. Sembrava che quella guerra non lo coinvolgesse più di tanto. Forse si era abituato, forse non la sentiva una guerra sua, forse sapeva di averla già persa.
E quella che descrive Cascini nel suo romanzo è davvero una realtà parallela, in cui sette omicidi in sette giorni sono la norma se è in corso una guerra tra clan e un procuratore della Repubblica, per prima cosa, deve abituarsi non alle aule dei tribunali ma all'odore nauseante dell'obitorio. Questa è la Locride, il centro della 'ndrangheta calabrese, che ne controlla il territorio in modo così capillare che a San Luca, il paesino dell'Aspromonte al centro delle cronache degli anni Ottanta per i sequestri di persona, la notte di Capodanno si festeggia sempre allo stesso modo: sparando a pallettoni su tutti i simboli dello Stato, caserma dei carabinieri compresa. Una situazione «difficile da comprendere senza aver respirato l'aria di posti come Africo o San Luca, se non ci si chiede quali sensazioni vivano gli uomini dello Stato che camminano per quelle strade, che attraversano il buio di quei paesi fuori dal mondo, pieni di persone schierate contro di loro».
Con Storia di un giudice Cascini prova a raccontare cosa significa essere un rappresentante dello Stato nella terra della 'ndrangheta, e per farlo rinuncia ai facili moralismi e alla retorica per privilegiare uno stile asciutto e diretto. E alla fine è impossibile non condividere le parole dell'autore: «La sensazione di trovarsi in mezzo a una guerra prendeva sempre più corpo. Una guerra di cui non fregava niente a nessuno».

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